Bakkies Sensei’s interviews (part 2) – Interviste con Sensei Bakkies (seconda parte)

This is the second part of a 3-part post regarding three interviews with Sensei Bakkies Laubscher. This interview was published in australian magazine Blitz (vol. 24, no 5, May 2010). You can find the pdf of the interview at this link (click on the image of the cover).

Blitz May 2010

Questa è la seconda parte di un post con tre interviste a Sensei Bakkies Laubscher. Questa intervista è stata pubblicata sulla rivista australiana Blitz (Vol. 24 numero 5, Maggio 2010).

PORTANDO IL KARATE NEL MONDO

Bakkies Laubscher, Maestro di Karate Gōjū Ryū

Promosso a 8° Dan nel 2004 dal grande maestro di Gōjū Ryū, Morio Higaonna, Laubscher Sensei è uno dei maestri più noti della International Okinawan Goju-Ryu Karate-Do Federation (IOGKF) e anche il suo direttore tecnico. Il sudafricano gira per il mondo tenendo seminari e arriverà a Canberra questo mese. Prima del suo arrivo in Australia, Mike Clarke ha intervistato Laubscher per scoprire che cos’è che stimola questo uomo di karate a continuare ad allenarsi così duramente, giorno dopo giorno, e a dedicare la sua vita a promuovere l’arte del Gōjū Ryū.

Mike Clarke

Conobbi Bakkies Laubscher Sensei per la prima volta nell’ottobre del 1989. Ero in California per allenarmi al dōjō di Sensei Higaonna a San Marco prima del primo IOGKF Miyagi Chōjun Festival a San Diego. Anche Laubscher Sensei era arrivato in anticipo, e durante la settimana prima del Festival ha tenuto una classe ogni mattina al dōjō di Sensei Higaonna. La cosa che mi ricordo di più delle sue lezioni è quanto era in forma – e la sua velocità. Era anche grande – veramente grande! Le sue lezioni seguivano lo stesso formato ogni mattina: tanto junbi undo, hojo undo e lavori in coppia, con pochissimi esercizi fatti a vuoto. Ho notato che con il passare della settimana veniva sempre meno gente al dōjō, e dopo ero contento di aver accettato la sfida posta ogni giorno da Sensei Laubscher, insieme all’altro Sensei che conduceva la sessione nel pomeriggio. Visto che a dirigere la sessione serale era sempre Sensei Higaonna, non si arrivava alla fine della giornata con il pensiero di potere rallentare, anzi tutto il contrario!

Nato nel 1948 nel Free State (Sud Africa), da bambino si trasferisce con la sua famiglia alla provincia del Capo, in una zona di viticultura di nome Stellenbosch. Si laurea in educazione fisica e ottiene un Higher Diploma da insegnante, insegna per 6 anni prima di iscriversi nella South African Defence Force da ufficiale responsabile per allenamenti fisici e sportivi , dove otterrà il grado di Tenente Colonnello. Da quando è andato in pensione dalla Defence Force passa la maggior parte del suo tempo a viaggiare, ad allenarsi, a insegnare.

Laubscher si interesse già da bambino al karate, iscrivendosi a lezione di Kyokushin nel 1964. Un anno dopo il suo club decide di adottare il karate Shotokan sotto gli auspici della Japan Karate Association (JKA). Nello stesso anno viene promosso a shodan dai Sensei Kase e Shirai, e vince, a 16 anni, il titolo di Cape Province Grand Champion sia nel Kata che nel Kumite. Il fatto che non si ponessero limiti di età o di peso fa capire la straordinaria bravura e la determinazione del giovane Laubscher.

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Sensei Bakkies Laubscher, Sensei Morio Higaonna

Nel 1966, James Rousseau introduce il Gōjū Ryū in Sud Africa e Sensei Laubscher passa dallo Shotokan al Gōjū Ryū. Sensei Morio Higaonna passa tre mesi in Sud Africa nel 1972 e questo rappresenta una svolta nella vita di Sensei Laubscher. Nel 1973 si trova a Tokyo ad allenarsi con Sensei Higaonna per 5 mesi allo Yōyōgi dōjō. Da quel momento in poi torna spesso in Giappone e a Okinawa.

Sebbene Sensei Laubscher sia molto noto nella IOGKF, è poco conosciuto all’esterno di questa organizzazione. Speriamo che questa intervista possa cambiare tutto questo.

Laubscher Sensei, come tanti sud africani sei molto alto e hai una struttura fisica imponente. Secondo te, questo ti ha aiutato o impedito nell’esercitare il karate?

Esiste un vecchio detto che dice ” Più grandi sono, più grande è il tonfo che fanno quando cadono” ma ce n’è anche un altro che dice , “Più grandi sono, più forti sono i loro colpi!”

Innanzitutto, devo dire che non ho questa forza dalla nascita. Se guardi le foto di me di quando ho ricevuto il mio shodan [primo dan], ero appena 75 chili, sottile e fragile. Ho iniziato il karate quando andavo ancora a scuola in una classe di universitari (ho mentito sulla mia età!), così venivo sempre colpito da persone più grandi e più forti e capii che avevo bisogno di allenarmi il doppio e diventare molto più forte se volevo fare qualche progresso. Ma poi, quando sono diventato più forte, non ottenevo alcun vantaggio perché anche loro si facevano più forti!

Così riflettevo su quale sarebbe dovuta essere la prossima dimensione [del mio karate]. Mi ricordavo del periodo in cui facevo pugilato, che i pesi leggeri/piuma potevano affrontare facilmente sia i pesi medi che i massimi e non farsi troppo male, perché sapevano muoversi molto velocemente così da evitare i colpi. E’ ovvio però che non erano in grado di fare male ai tipi grossi. Così pensavo che se uno riuscisse a essere forte come i pesi massimi e sapesse muoversi come quelli leggeri/piuma, sarebbe ideale. A quell’epoca stavo anche studiando educazione fisica all’università, il che allargò i miei orizzonti riguardo al mio approccio scientifico all’allenamento di karate.

Sono stato molto fortunato nel mio percorso di karate perché ho avuto solo istruttori o mentori di ottima qualità durante gli anni formativi. Per lo Shotokan, abbiamo avuto il defunto Sensei Kase e Sensei Shirai a Città del Capo per sei mesi. Mi allenavo con loro almeno tre volte a settimana e ogni fine settimana. Le caratteristiche predominanti di entrambi erano la potenza e la velocità – anche se regolari/lineari, erano entrambi estremamente veloci. La prima volta che mi sono allenato con Sensei Higaonna nel 1972, mi sono detto, grande o no, anche io mi voglio muovere così veloce come lui!

Ma anche dopo essere riuscito a ottenere velocità e forza, venivo battuto giù lo stesso e, dopo molta contemplazione, compresi, in una prospettiva di arte marziale più ampia, che all’inizio hai bisogno di velocità e forza, ma poi hai bisogno di qualcos’altro che parta dall’intelligenza per formulare e adattare strategie. Inoltre, una cosa che dico sempre ai miei studenti durante i seminari è che non si è mai troppo veloci o troppo forti, e che di sicuro esiste da qualche parte qualcuno che è più grosso e più forte di te! Lavoro ancora quotidianamente per migliorare la mia forza e la mia velocità.

Esistono numerose scuole di Gōjū Ryū ormai, persino a Okinawa. Ci racconti un po’ dei principi che usi nel tuo karate?

È una domanda molto interessante. Il mio approccio è quello di un karate tradizionale o classico; in altre parole, insegnare alla gente quello che gli serve (e non quello che vogliono sapere) per sopravvivere in un ambiente civile ostile, in linea con l’intenzione originale dell’arte. Sono molto preoccupato per la “teorizzazione” del karate e del Gōjū Ryū. Mi ricordo che durante la mia prima visita a Okinawa nel 1973 c’erano molti karateka che erano in grado di eseguire Sanchin di grande forza e avevano enormi calli sulle mani, ma non erano bravi nel confrontarsi con l’altro! Ultimamente, ho notato l’impiego di movimenti sofisticati stile jujitsu e teorie di digito-pressione tra i nuovi studenti, invece che un solido allenamento standard. Per me è una cosa preoccupante – si faranno ammazzare!

Il Gōjū Ryū tradizionale prevede che prima si renda il corpo forte e veloce, dopo si possono comprendere gli altri aspetti “marziali” di strategia, go e ju, e altre applicazioni più complesse. Il mio motto è “non complicare le cose”, che implica un allenamento standard. L’allenamento standard e una buona condizione fisica non sono cose che si possono tralasciare – è questa l’essenza del Gōjū Ryū.

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Sensei Molyneaux, Flatt, Laubscher, Larsen, Terauchi

Al di là dei calci e i pugni, c’è anche una parte filosofica del karate che tu segui e insegni?

Non insegno di per sé una specifica filosofia, ma essenzialmente il motivo personale per cui seguo il karate-dō, invece di praticare qualche disciplina pugilistica, è l’aspetto del budō. Il dōjō kun (precetti del dōjō) e l’etichetta rappresentano la fondazione, e questa è la filosofia che trasmetto ai miei studenti. Non è facile – viviamo in una società moderna dove tutto è accessibile all’istante e i studenti pretendono che anche il karate sia così. Vogliono vedere subito dei risultati, invece di considerare il karate come un percorso infinito per sfidare le debolezze e imperfezioni del proprio carattere attraverso l’allenamento.

Se dovessi elencare in ordine di priorità gli aspetti più importanti del karate, cosa diresti?

  1. Junbi undo – il regime tradizionale di preparazione che consiste di tre fasi formulato da Miyagi Chōjun Sensei. Se non ce la fai a fare dieci flessioni, lascia perdere!
  2. Hojo undo e Heishugata (i kata Sanchin/Tensho). Mi sembra strano vedere un dōjō di Gōjū Ryū che non dispone di chi’shi (martelli di pietra) e altri attrezzi di hojo undo. Allenarsi con i chi’shi è assolutamente fondamentale per il Gōjū Ryū. Serve a rinforzare le articolazioni, a differenza dell’allenamento che si fa in palestra che rinforza solo i muscoli e le articolazioni in una direzione, come con la panca.
  3. Kihon. Io sostengo sempre che un nuotatore nuota, un ciclista pedala, e quindi un karateka dovrebbe fare karate – calciare, dare pugni, bloccare, muoversi: le combinazioni! Bisogna stabilire riflessi motori nella ‘memoria del corpo’ in modo che un’azione venga istintivamente, come quando si blocca un attacco inaspettato.
  4. Kata e bunkai. Le numerose ripetizioni di kihon e kata aiutano ad ottenere quello stato di ‘assenza di mente’ (mushin)che è così importante in qualsiasi regime di combattimento. Una considerazione per quanto riguarda i kata bunkai: dovrebbero essere praticabili ed efficaci in una situazione reale. Non bisogna fidarsi di movimenti ‘belli’ e ‘interessanti’ ma praticare il bunkai in modo che funzioni veramente.
  5. Kumite o sparring. Tutte le forme di sparring sono essenziali, ma il 90% dell’allenamento dovrebbe trattarsi delle routine prestabilite, come il sandan-gi, sanbon ippon, ippon kumite, nihon kumite (attacchi a due tecniche) e sanbon kumite (attacchi a tre tecniche). Allenarsi con le armi (per difendersi da un bastone per esempio) è importante – se non ci si allena specificamente per difendersi da questi elementi, non è che succederà automaticamente! Un avvertimento: non si migliorano la potenza e la velocità facendo solo sparring libero – le altre forme che ho menzionato servono apposta per migliorare la potenza e la velocità nello sparring libero.

Ci racconti i tuoi pensieri per quanto riguarda il kata bunkai?

Ho già accennato il mio modo di pensare nella ultima risposta­ – il bunkai dovrebbe essere praticabile e legato al movimento del kata. A volte abbiamo un movimento di kata come un chudan yoko uke nel kata, ma un tsuki uke nel bunkai – allora a cosa serve il yoko uke nel kata? Ma io sono così, ho un approccio molto logico. Se qualcosa ha un senso, l’accetto, ma se non ha una funzione ben chiara, non mi interessa affatto.

Le mie regole e condizioni per il bunkai sono:

  1. Il bunkai dovrebbe essere applicabile praticamente. Ad esempio, la leva al braccio seguita da un atterramento nel kata Shisochin dovrebbe essere applicabile per rispondere ad un pugno da pugile, visto che il cattivo della strada non darà mica un pugno dritto da karate!
  2. Dovrebbe essere svolto a piena velocità e con la massima potenza, altrimenti lascia perdere.

Quello che sto cercando di dire è che è inutile imparare il bunkai in un modo memorizzato, regimentato e coreografato – bisogna essere in grado di utilizzarlo in un scenario libero di tipo ippon kumite.

Un’altra cosa (forse un pò severa) sul bunkai: dipende dalla persona e da caso a caso. Non ci sono segreti che si riveleranno soltanto quando ti trovi sul letto di morte. Con l’aumento della tua conoscenza e dello zanshin (consapevolezza) e l’aprirsi della tua mente (che succederà solo se rimani uno studente invece di credere di sapere tutto) comincerai a capire il potenziale di ogni movimento.

È importante per te il jiyu kumite (combattimento libero)?

Jiyu kumite è molto importante. Ho già menzionato che è possibile avere la capacità di effettuare un Sanchin molto forte, conoscere a memoria tutti i kata e i bunkai, senza essere in grado di applicare nulla di ciò in uno scenario di sparring. Da questo punto di vista il jiyu kumite rappresenta uno strumento utilissimo per sviluppare le capacità di muoversi, attaccare e difendere e di far agire il proprio corpo non a seconda di quello che ordina il cervello ma grazie alla ‘memoria dei muscoli’. Non c’è tempo per pensare. Il corpo deve reagire! Questo è il budō.

Un avvertimento: come dicevo prima, solo il 10% dello sparring dovrebbe essere il jiyu kumite. La mia esperienza mi ha insegnato che diventa una situazione di ‘gioco’ se praticato troppo, e si perde dal punto di vista dalla tecnica, della velocità e della potenza. Per usare un esempio dal rugby, le squadre di rugby sudafricane a 15 non praticano il touch rugby nel riscaldamento proprio perché porta cattive abitudini. La stessa cosa succede quando si pratica troppo il jiyu kumite.

Che ruolo ha l’hojo undo nel tuo karate, e come leghi i vari attrezzi alle tecniche di karate?

L’hojo undo rappresenta uno dei pilastri su cui è costruito il karate Gōjū Ryū – pilastro debole, edificio debole! Non si puo fare Gōjū Ryū senza hojo undo. Quello che mi preoccupa è che non si vedono mai questi attrezzi durante i grandi seminari, dove si insegna l’essenza del sistema. Tenendo in conto che tanti dōjō sono utilizzati anche per altre attività, gli attrezzi di hojo undo più essenziali sono:

  • Chi’shi. Ognuno dovrebbe averne uno personale, da portare al dōjō quando fa la lezione.
  • Un sacco per il karate, oppure degli scudi che tengono i compagni e che possono essere trasportati dall’insegnante. Il sacco sospeso a delle catene offre di più, visto che lo si può usare come bersaglio in movimento. Non si può pretendere di dare un pugno nell’aria e pensare di sviluppare kime e la forza di atterrare qualcuno.

Gli altri attrezzi non sono indispensabili e possono essere sostituiti da attrezzatura da palestra. Un kongoken, ad esempio, costa molto e può essere sostituito da una stazione di forza. Gli ishi sashi possono essere sostituiti da manubri, ecc.

Sei già venuto in Australia diverse volte, come ti trovi qui?

L’adoro. Gli Australiani ci insegnano come si deve vivere: lavorare duramente, non procrastinare o perdersi nelle ‘piccole cose’, godersi in pieno la vita. Ed è un paese tosto dal punto di vista climatico, simile al Sud Africa: questo produce gente tosta – ottimo per il Gōjū Ryū!

Quanto viaggi in questo periodo per insegnare il karate, e ti piace girare per il mondo così?

Ho insegnato in ben 26 paesi, e questo lo considero una grande fortuna. Ci sono Presidenti e Capi di grandi paesi che non hanno viaggiato quanto me! Mi ha permesso di entrare in contatto con la gente comune di paesi che di solito non vengono visitati dai turisti, e questo ha allargato il mio punto di vista sulla vita e mi ha insegnato moltissimo. Condividere le preoccupazioni e le gioie della gente comune è un’opportunità per migliorarsi. Se non mi divertissi, non lo farei! Il divertimento o la soddisfazione viene quando vedi le facce delle persone che stai cercando di aiutare. Più si apprezza il mio lavoro, più mi viene la voglia di condividere quello che ho da offrire. Devo ammettere che scelgo con attenzione le mie destinazioni ormai – vado dove sono apprezzato.

È possibile trasmettere l’essenza del tuo karate a gruppi numerosi, o credi che i seminari servano a qualche altro scopo, o offrano qualche altro beneficio a quelli che ci vengono?

I grandi seminari sono essenziali perché danno la sensazione allo studente di appartenere a qualcosa di molto grande, e se è grande, deve essere buono! Ovviamente, è scontato che il migliore insegnamento è individuale o one-on-one, ma dal punto di vista dell’organizzazione un grande seminario dà la possibilità di incontrarsi ed esiste sempre l’opportunità di dividersi in gruppi più piccoli.

ubuntu gasshuku 2010

In questo momento (maggio 2010) stai lavorando su un evento IOGKF che radunerà molti praticanti, ci puoi anticipare qualcosa?

Ospiteremo in Sud Africa tre eventi in uno:

  1. il gasshuku IOGKF per i Capi Istruttori, aperto anche ai 5. dan in su;
  2. un gasshuku ‘Ubuntu’ aperto a tutti;
  3. una competizione IOGKF basata sul nostro particolare regolamento, dove i due partecipanti prima combattono per un minuto e poi eseguono un kata.

Il tema ‘Ubuntu’ deriva da un concetto africano sulle interazioni personali: una persona è una persona, per le sue relazioni/interazioni con le altre persone. Penso che vista l’epoca in cui viviamo, “schiavizzati” tecnologicamente dai nostri PC, Blackberry, iPod, TV, ecc, questa sia una opportunità per incontrarsi (di persona).

Se potessi in un solo attimo avere la tua vita e il tuo karate esattamente come li vuoi tu come sarebbero?

Non credo che cambierei niente – forse avrei voluto essere più aperto mentalmente da giovane. Sicuramente pochi sanno che la TV è arrivata in Sud Africa solo nel 1976, e io avevo già 26 anni, quindi fino allora l’enfasi era sempre stata più sulle attività fisiche, come lo sport. Non c’erano ovviamente tutte le informazioni che oggi si possono trovare facilmente e gratis su internet. Si possono letteralmente raggiungere centinaia di anni di esperienze di karate con un semplice click del mouse: il problema però rimane che il corpo non ha un pulsante sinistro e pulsante destro. Bisogna sempre fare l’intero ciclo di Gōjū Ryū.

Ho la netta impressione che la soddisfazione di aver finalmente capito qualcosa dopo 10 anni di duro allenamento sia molto più grande rispetto a quella che si riesce a ottenere cliccando su Youtube.

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