Kikomi and Chinkuchi Kakin

(versione in Italiano al termine di quella inglese)

“Chibana Sensei‘s kata were power-based with kime on pratically all the techniques… My interpretation of Chibana Sensei‘s explanation is that kime is the trasmitting of force from movements of the whole body by instantaneous lock-up of all the muscles and ligaments upon contact, which is impact. Although Chibana Sensei used the term kime, I realized after Chibana  Sensei explained kikomi (kime plus penetration) that all our kime techniques were kikomi. Kikomi is the locking up of the musles and ligaments after the initial contact”.

(Pat Nakata, Classical Fighting Arts, issue #56)

 

Chinkuchi Kakin: this expression is used to describe the tennsion or stabilization of the joints of the body for a firm stance, a powerful punch, or a strong block. For example, when punching or blocking, the joints of the body are momentarily locked for an instant and concentration is focused on the point of contact; the stance is made firm by locking the joints of the lower body – tha ankles, the knees, and the hips – and by gripping the floor with the feet. Thus, a rapid free-flowing movement is suddenly checked for an instant, on striking or blocking, as power is transferred or absorbed, then tension is released immediately in order to prepare for the next movement. Sanchin kata is an example of prolonged chinkuchi kakin – all the joints of the body in a state of constant tension.”

(Higaonna Morio, Traditional Karate-Do – Okinawa Goju-Ryu, Vol. 2)

 

 

(versione in Italiano)

“I kata di Sensei Chibana erano basati sulla potenza, con kime su quasi tutte le tecniche.. La mia interpretazione della spiegazione di Sensei Chibana è che il kime è la trasmissione della forza proveniente dai movimenti di tutto il corpo combinata con la ‘chiusura’ instantanea dei muscoli e dei legamenti nel momento del contatto, all’impatto. Sebbene Sensei Chibana utilizzasse il termine kime, ho compreso, dopo la spiegazione di Sensei Chibana sul kikomi (kime e penetrazione), che tutte le nostre tecniche con kime erano con kikomi. Kikomi è la chiusura dei muscoli e dei legamenti nel momento del contatto iniziale.”

(Pat Nakata, Classical Fighting Arts, issue #56)

 

 

Chinkuchi Kakin: questa espressione è utilizzata per descrivere la tensione o la stabilizzazione delle articolazioni del corpo per una posizione stabile, un pugno potente o una forte parata. Per esempio, colpiamo o blocchiamo, le articolazioni del corpo sono “chiuse” per un istante e la concentrazione è focalizzata sul punto del contatto; la posizione è resa stabile “chiudendo” le articolazione della parte inferiore del corpo – le caviglie, le ginocchia e le anche – ed afferrando il pavimento con i piedi. In questo modo, un movimento fluido e rapido è improvvisamente controllato per un istante, nel colpire o nel bloccare, con la potenza trasferita o assorbita, poi la tensione è rilasciata immediatamente per preparare il movimento successivo. Il kata Sanchin è un esempio di chinkuchi kakin prolungato – tutte le articolazioni del corpo in stato di costante tensione.”

(Higaonna Morio, Traditional Karate-Do – Okinawa Goju-Ryu, Vol. 2)

 

© 2019, Roberto Ugolini

 

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Bunkai non significa applicazione!

Bunkai non significa applicazione!

bunkai kanji

Bun significa “parte, porzione, quota”.

Kai (pronuncia on, cinese) significa “risolvere, capire, spiegare”.

Bunkai significa quindi “analisi, decomposizione, de assemblare”.

kata bunkai setsumei

Il maestro Chōjun Miyagi non sembra mai aver utilizzato nei suoi scritti il termine bunkai, ma il suo amico e compagno di pratica Kenwa Mabuni utilizza questo termine nel suo libro del 1934 “Kōbō Jizai Goshin jutsu Karate Kenpō”, “kata bunkai setsumei” (analisi e spiegazione), riportando anche disegni e spiegazioni per il kata seiyunchin.

Ricordiamo che, nello stesso libro, Mabuni appella Chōjun Miyagi come “mio senior” e lo stile da lui (Mabuni) praticato ed insegnato “Gōjū-ryū Kenpō”, per evidenziare la familiarità e la vicinanza tra i due grandi maestri.

Nel suo scritto “Ryukyu Kenpo Karatedo Enkaku Gaiyo”, preparato in occasione di una dimostrazione e di una conferenza ad Osaka del 28 gennaio 1936, Chōjun Miyagi scrive:

“Nella pratica del kumite, disveliamo i kaishu kata che abbiamo già imparato e studiamo le tecniche di attacco e di difesa in essi contenuti. Avendo compreso il loro scopo tecnico, pratichiamo le tecniche di attacco e difesa (攻防の術 kōbō no jutsu) con uno spirito combattivo come in una situazione reale”.

I caratteri utilizzati per il verbo “disvelare” sono “解き放ち”, “Toki (pronuncia kun) hanachi“.

Toki”, i primi due caratteri, viene da toku, che significa capire, districare; “Hanachi”, il terzo ed il quarto carattere, viene da hanatsu, emettere o rilasciare. “Tokihanatsu” è un verbo composto che significa svolgere, far comprendere, disvelare.

Toki” contiene quindi lo stesso kanji di “bunkai”, pronunciato in maniera diversa.

Ecco allora che quanto scritto da Chōjun Miyagi può essere inteso come una guida all’interpretazione del significato di bunkai.
“Avendo compreso lo scopo tecnico dei kaishu kata ci fornisce l’indicazione di studiare a fondo, “analizzare”, i kaishu kata, senza modificarli, per evitare la perdita di conoscenze e per carpire le indicazioni sulle qualità fondamentali necessarie nel combattimento, anche in una logica evolutiva.
“pratichiamo le tecniche di attacco e difesa” è, all’apparenza, una affermazione banale, è ovvio che pratichiamo tecniche di attacco e difesa… ma il mio suggerimento è quello di interpretare l’affermazione nel senso di cercare e ricercare gli “opposti”, tecniche “dure” e “morbide”, su bersagli a differenti altezze, con posizioni che si alternano, in accordo al contesto che cambia continuamente, sia in riferimento al luogo che alla persona che ci troviamo ad affrontare.
“spirito combattivo”, aspetto fondamentale che permette di superare la normale attitudine a ‘comportarsi bene con gli altri’… non intendo essere cattivi, ma decisi, consapevoli, sinceri, sicuri delle proprie forze e delle proprie debolezze, con un atteggiamento che permette la crescita delle qualità non solo tecniche, nostre e del nostro compagno di pratica.
“situazione reale”, forse l’aspetto più difficile da riprodurre nella pratica, anche se a mio avviso non deve necessariamente trasformarsi nel praticare vestiti senza karategi o con le scarpe (che alle volte è anche opportuno fare). La mia interpretazione, associata allo spirito combattivo, è che dobbiamo farci aiutare dal kata e capire cosa ci suggerisce al di la dell’apparenza, bersagli da colpire, spostamenti, ecc. La frase dell’architetto Louis Sullivan, “la forma segue la funzione”, dovrebbe farci riflettere, aiutandoci ad evitare che sia la funzione a seguire la forma…

© 2018, Roberto Ugolini

Karate e Gōjū, origine dei nomi

Il termine te (de) stava ad indicare, all’inizio del diciannovesimo secolo, l’arte di combattimento a mani nude indigena dell’arcipelago delle Ryu Kyu. Il termine te, pronunciato ti nel dialetto dell’arcipelago, significa “mano” (mani).

L’influenza delle arti di combattimento cinesi, per mezzo di maestri cinesi presenti ad Okinawa o di okinawensi che avevano praticato in Cina, portò nel corso degli anni ad identificare il te con il nome tōde, dove il kanji [1] tō rappresentava la dinastia cinese Tang (618-907) e veniva utilizzato per indicare la Cina in senso lato. de assumeva quindi il significato di mano cinese (mani cinesi). Il termine tō può essere pronunciato, con il metodo Kun, kara.

Fino all’inizio degli anni trenta tōde è stato sicuramente il termine più usato per identificare l’arte di combattimento che oggigiorno è chiamata karate: sono concordi su questo punto sia le testimonianze orali sia quelle scritte. Per esempio, nel 1908, Anko Itosu (1832-1915), nello scritto “tōde junkun” (dieci precetti sul karate), utilizza il termine tōde – mano cinese. I libri scritti a Tokyo nel 1922 e nel 1925 da Gichin Funakoshi (1868-1957), allievo anche di Itosu, utilizzano anche loro il termine tōde per identificare l’arte di combattimento dell’isola d’Okinawa. La prima dimostrazione di karate al Butokusai (il festival organizzato ogni anno dal Butokukai, l’organizzazione ufficiale, cui capo vi era un membro della famiglia imperiale giapponese, che raggruppava tutte le discipline del budo giapponese), effettuata da Yasuhiro Konishi nel 1929, è registrata nel Butokukaishi (giornale del Butokukai) con il termine tōde. Tra l’altro il karate non era ancora riconosciuto come ryūha (stile ufficiale) nel registro del Butokukai, ma compariva sotto la voce jujutsu.

Nel 1932 Choki Motobu (1871-1944) scrive il libro “Watashi no ryū jutsu”. Nella copertina sono chiaramente identificabili i kanji e de (te). Il termine jutsu significa ‘arte’ o ‘tecnica’ e voleva far sottintendere l’origine “pratica”, “reale” del tōde.

watashi no tode jutsu
Watashi no tōde jutsu

Analogamente anche Chōjun Miyagi (1888-1953), per lo scritto “Karate Gaisetsu” (Spiegazione generale sull’arte del karate) del 1934, utilizza il termine tōde.

karate gaisetsu
Karate Gaisetsu

 

Il 26 dicembre del 1933 il karate è riconosciuto dal Butokukai come ryūha. ChōjunMiyagi sottopone Gōjū ryū tōde come nome del proprio stile. Il termine ryū ha un significato letterale di ‘corrente’, ‘stile’, ‘larga comunità con un progetto comune’.

 

Il riconoscimento del karate come arte marziale giapponese ed i crescenti problemi con la Cina spinsero i praticanti di karate, soprattutto quelli che praticavano nel centro del Giappone, ad una profonda riflessione sul nome da dare alla propria arte.

Con la pronuncia kara (metodo Kun) poteva venire letto anche un altro kanji con il significato di ‘vuoto’.

Il termine karate – mano vuota, oltre a rappresentare uno stile di combattimento senza armi, rappresentava bene anche la via spirituale indicata dal buddismo.

Nel 1935 Gichin Funakoshi, trasferito da parecchi anni a Tokyo e quindi a diretto contatto con i sentimenti ideologici dell’epoca, scrive il libro “Karate dō kyohan”, utilizzando il termine karate – mano vuota.

karate do kyohan
Karate do kyohan

 

E’ da notare che Funakoshi aveva già utilizzato il termine in una poesia scritta nel 1922 [2], inoltre non fu il primo ad utilizzare tale termine in uno scritto dedicato al karate: infatti, nel 1905, Chomo Hanashiro (1869-1945), compagno di pratica di Funakoshi in gioventù, utilizzò il termine karate (mano vuota) nel suo libro “Karate kumite”. Non è nota la motivazione che lo spinse a quell’utilizzo, una ipotesi è che potrebbe avere preso spunto dal quinto dei kenpo hakku (poemi sulle arti marziali) presenti nel Bubishi [3], che recita: “Non appena gli arti incontrano il vuoto, si dispongono secondo una tecnica giusta”. Il maestro di Hanashiro e di Funakoshi, il già citato Itosu, possedeva sicuramente una copia del Bubishi. Il maestro Funakoshi ha lasciato questa definizione di kara: “Come la levigata superficie di uno specchio riflette qualunque cosa le stia di fronte e una quieta valle riecheggia anche i più piccoli suoni, allo stesso modo il praticante di karate deve rendere vuota la sua mente di egoismo e di debolezza nello sforzo di reagire adeguatamente in qualunque circostanza”. Funakoshi aggiunge inoltre il suffisso (‘via’, ‘strada’) alla parola karate, come nel judo o nel kendo, per enfatizzare il significato spirituale dell’arte, già evidenziato dal carattere kara – vuoto.

 

Ormai il dado era tratto, il termine karate – mano vuota fu infine recepito ed accettato anche ad Okinawa, il 25 ottobre del 1936, nel corso dell’incontro che riunì alcuni dei più noti maestri di Okinawa dell’epoca.

 

In principio quindi i maestri di karate di Okinawa non si erano mai posti il problema di assegnare un nome formale all’arte di combattimento da loro praticata: la chiamavano semplicemente te o tode. Né tantomeno di differenziare con un nome uno stile invece che un altro. Nel momento in cui, però, cominciarono a viaggiare nel centro del Giappone, il confronto con le arti marziali tradizionali giapponesi li costrinse a cambiare atteggiamento. Il 5 maggio 1930 Chōjun Miyagi fu invitato a prendere parte ad una dimostrazione di arti marziali giapponesi in occasione della festa per l’inaugurazione del tempio Meiji Jingu a Tokyo, alla presenza di membri della famiglia imperiale. Miyagi declinò l’invito, ma mandò quello che allora era il suo migliore studente, Jin’an Shinzato (1901-1945). Al termine della dimostrazione Shinzato fu avvicinato da uno degli altri dimostranti, che, impressionato dalla dimostrazione, gli chiese quale era il nome dell’arte. Non è rimasta traccia della risposta di Shinzato, ma probabilmente rispose Naha-te (cioè il te di Naha, la città dove viveva e praticava Chōjun Miyagi).

Ritornato ad Okinawa Shinzato raccontò l’accaduto al maestro Miyagi. L’accaduto fece realizzare a Miyagi che, per essere alla pari delle altre arti marziali giapponesi, doveva dare un nome al suo stile di karate. Prendendo spunto dal terzo dei kenpo hakku riportati nel Bubishi, “ho gōjū donto” (‘essenziali sono l’inspirazione e l’espirazione con forza e cedevolezza’), Miyagi ritenne che, data la natura dello stile, che possiede tecniche “dure” e “morbide” con enfasi sulla respirazione, Gōjū fosse il nome ideale.

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Kenpo hakku

 

[1] I kanji sono ideogrammi cinesi che possono essere letti in due modi diversi: On e Kun. On è il metodo cinese, mentre Kun è il metodo giapponese.

[2] Nella poesia Funakoshi utilizzò, invece del termine consueto “mano cinese”, il termine “ku ken” (pugni vuoti), dove “ku” e “kara” sono rappresentati dallo stesso kanji, pronunciato in maniera diversa.

[3] Il Bubishi è un antico trattato, composto da 32 articoli, di origine non chiara, probabilmente cinese, e non attribuibile a nessun autore. Diverse persone ne possiedono un esemplare copiato a mano, e le copie non sempre sono congruenti tra loro.

 

Heishu-gata and Kaishu-gata

(Extract from ‘Miscellaneous Thoughts on Karate: Ho Goju Donto’, by Miyagi Chojun, in ‘The Essence of Naha-te’, translated and compiled by Joe Swift)

I think that the relationship between Heishu and Kaishu in Karate-do is the same as relationship between the block script and the cursive script in Chinese calligraphy. Heishu represents the block script, whereas Kaishu is the cursive style. The block script can be described as quiet and calm, while the cursive script is active and dynamic. Therefore, it is obvious which one represents the fundamental techniques of writing. It also clear that we should proceed from the fundamental in an incremental manner.

The cultural development and the promotion of karate: Chōjun Miyagi’s contribution – L’evoluzione culturale e la promozione del karate: il contributo di Chōjun Miyagi

(Versione in italiano al termine di quella in inglese)

Karate is now internationally spread and recognized, but in the twenties of the last century it was spread only in Okinawa and it was not still recognized from the Japanese Authorities. In this article we want to point out the contribution of Chōjun Miyagi, founder of the style Goju-Ryu, in the cultural development and the promotion of karate. Miyagi realized that karate had to evolve in cultural quality, in order to be at the same level of Budo and to be spread in Japan and in the world. To reach this goal, Chōjun Miyagi wrote some manuscripts and articles, and participated in the standardization process of the terminology and of training, including the kata creation for the teaching in the schools.

photo 1 naha city museum history
Chōjun Miyagi (1888-1953), from Naha City Museum of History Archive

The “martial life” of Chōjun Miyagi can be divided in five periods:

  • the practice with Kanryo Higaonna (1902 – 1915)
  • the research and the diffusion of karate in Okinawa (1916 – 1926)

In this period Chōjun Miyagi completed the Naha-te of Kanryo Higaonna and contributed to the public diffusion in Okinawa, teaching in some public structures (schools, police), carrying out numerous demonstrations, founding karate research clubs.

  • the official acknowledgment of karate (1927 – 1933)

In this period Chōjun Miyagi was instrumental for the acknowledgment of karate in the official structures of Okinawa (the Athletic Association of Okinawan Prefecture, introduction in the scholastic curriculum) and Japanese (creation of the Okinawan branch office of Dai Nippon Butokukai, with karate as recognized martial art).

  • the promotion of karate (1934 – 1942)

Through the teaching, especially in Japan, but also through some writings, and contributing in the standardization process of the terminology and of training, including the kata creation for the teaching in the schools.

  • the transmission of the Goju-Ryu Karate-Do (1947 – 1953)

(versione in italiano)

Il Karate è oggi diffuso e riconosciuto in campo internazionale, ma negli anni venti del secolo scorso era diffuso solamente ad Okinawa e non era ancora riconosciuto dalle autorità giapponesi. In questo articolo vogliamo evidenziare alcuni aspetti legati alla promozione del karate da parte di Chōjun Miyagi, fondatore dello stile Goju-Ryu. Miyagi, oltre a continuare gli insegnamenti ad Okinawa e nelle isole principali del Giappone, comprese che se il karate voleva essere degno al rango del Budo e essere diffuso in Giappone ed internazionalmente doveva evolvere in qualità culturale. Allo scopo Chōjun Miyagi scrisse alcuni manoscritti e articoli, inoltre partecipò ai tentativi di standardizzazione riguardanti le terminologie e pratiche di allenamento, compresa la creazione di kata per l’insegnamento nelle scuole.

photo 1 naha city museum history
Chōjun Miyagi (1888-1953), dall’archivio del Museo di Stora della città di Naha

La “vita marziale” di Chōjun Miyagi può essere suddivisa in cinque periodi [1]:

  • la pratica con Kanryo Higaonna (1902 – 1915)
  • la ricerca e la diffusione del karate ad Okinawa (1916 – 1926)

In questo periodo Chōjun Miyagi sistematizzò e completò il Naha-te di Kanryo Higaonna e contribuì alla diffusione pubblica del karate ad Okinawa, insegnando presso alcune strutture pubbliche (scuole, polizia), effettuando numerose dimostrazioni, fondando club di ricerca.

  • il riconoscimento ufficiale del karate (1927 – 1933)

In questo periodo Chōjun Miyagi fu parte attiva nel processo che portò al riconoscimento del karate nelle strutture ufficiali di Okinawa (Associazione Atletica della Prefettura di Okinawa, inserimento nel curriculum scolastico) e giapponesi (creazione della filiale di Okinawa del Dai Nippon Butokukai [2], con l’inserimento del karate come arte marziale riconosciuta).

  • la promozione del karate (1934 – 1942)

L’opera di promozione fu portata avanti attraverso gli insegnamenti, sia in Giappone sia all’estero, ma anche attraverso alcuni scritti e tentativi di standardizzazione di terminologie e pratiche di allenamento.

  • la trasmissione del Goju-Ryu Karate-Do (1947 – 1953)

[1] La suddivisione è, ovviamente, opera dell’autore, tenendo conto delle attività di Chōjun Miyagi e cercando di raggrupparle secondo un percorso di formazione tecnica e marziale.

[2] L’organizzazione ufficiale che raggruppava tutte le discipline del budo, fondata nel 1895 e sciolta dopo la seconda guerra mondiale.

© 2018, Roberto Ugolini

Dōjō Kun, i Precetti del luogo dove si persegue la Via

Il mio primo incontro con i Dōjō Kun è stato nel 2000, nel corso del Miyagi Chojun Festival che si tenne a Toronto. Rimasi colpito dalla loro potenza, recitati in maniera superba dall’allora Capo Istruttore del Canada, Jim Marinow Sensei.

Sensei Paolo Taigō Spongia, Capo Istruttore della IOGKF Italia, ha bene illustrato il significato dei Dōjō Kun in questo articolo Dōjō Kun – La Mente che ricerca la Via

I Dōjō Kun insegnati, recitati e vissuti nella nostra Scuola sono stati trasmessi da Sensei Tetsuji Nakamura, Capo Istruttore della IOGKF. La sua recitazione, con una leggera pronuncia di Osaka 🙂 , è ascoltabile in questo link Dojo Kun

Mi piace evidenziare come concetti analoghi a quelli presenti nei Dōjō Kun sono presenti in diverse culture di diversi paesi del mondo, a testimoniare l’universalità dei principi morali che rappresentano.

礼儀を重んずること

Reigi o omonzuru koto

Rispetta gli altri e agisci sempre con onore e cortesia

L’essenza della buona disciplina è il rispetto. Rispetto dell’autorevolezza e rispetto degli altri. Rispetto di se stessi e rispetto delle regole. È un atteggiamento che inizia a casa, è rafforzato a scuola, e si mantiene per tutta la vita.

(Il codice del rispetto, Andre Agassi College Preparatory Academy)

勇気を養うこと

Yūki o yashinau koto

Sii coraggioso

Ho imparato che il coraggio non è la mancanza di paura, ma la vittoria sulla paura. L’uomo coraggioso non è colui che non prova paura ma colui che riesce a controllarla

(Nelson Mandela)

伝統空手道を守り日々の鍛錬を怠らず常に研究 工 夫をすること

Dentō karate o mamori hibi no tanren o okotarazu tsuneni kenkyū kufū o suru koto

Con la tua pratica quotidiana proteggi il Karate-Do tradizionale

Più pratico, più sono fortunato.

(Gary Player, golfista sudafricano)

Le tecniche superlative dei mari del sud, questo karate!

Che peccato veder minacciata la divulgazione della sua essenza reale.

Chi raccoglierà la sfida di riportare il karate alla sua vera gloria?

Con cuore fermo, di fronte al cielo azzurro, io faccio questa solenne promessa.

(Gichin Funakoshi)

不撓不屈の精神を養うこと

Futō fukutsu no seishin o yashinau koto

Sforzati di coltivare uno spirito incorruttibile e indomabile. Non arrenderti mai.

Non arrenderti mai.

Indipendentemente da ciò che ti accade attorno, non arrenderti mai.

Coltiva il tuo cuore. Nel tuo Paese si sprecano troppe energie per sviluppare la mente piuttosto che il cuore.

Sii compassionevole, non solo con i tuoi amici, ma con tutti.

Sii compassionevole. Adoperati per raggiungere la pace nel tuo cuore e nel mondo. Impegnati per la pace.

Ancora una volta ti dico: non arrenderti mai, indipendentemente da ciò che accade o da quello che succede intorno a te.

Non arrenderti mai.

(Dalai Lama)

心身を錬磨し剛柔流空手道の真髄究めること

Shinshin o renma shi Gōjū-Ryū Karate no shinzui o kiwameru koto

Perfeziona il corpo e la mente e sforzati di raggiungere l’essenza del Goju-Ryu Karate-Do

La mente è tutt’uno con il cielo (spirito) e la terra (corpo)

(primo precetto dei Kenpo Hakku)

Il kara (mente) te (corpo) è tecnica, tutti la possono imparare, il do (spirito) è la Via, quando la tecnica diventa parte di se.

(Katsuya Yamashiro)

Nel dōjō di Morio Higaonna Sensei a Naha, i Dōjō Kun sono recitati in questo modo:

Reigi o omonzuru koto

Shinshin o renma ni agemu koto

Hibi no tanren o okotarazu Dentō karate o mamuru koto

Gōjū-Ryū Karate no shinzui o tankyu suru koto

Futō fukutsu no seishin o yashinau koto

© 2018, Roberto Ugolini

Gōjū-ryū Bujutsu

法剛柔呑吐 Hō Gōjū donto, “The way of inhaling and exhaling is hardness and softness”.

This is the third phrase of Kenpo Hakku 拳法八句 , “Eight Poems of Boxing”, contained in the manuscript document called Bubishi in Japanese, which inspired Chōjun Miyagi when, in 1930, he chose a name for his style, Gōjū-ryū.

And, in 1933, karate (tōdī) was recognized as a form of budō by the Dai Nippon Butokukai, “Society of Martial Virtues of Great-Japan”, recorded as Gōjū-ryū Karate (Tōdī)“.

This recognition was obtained also thanks to the effort of Chōjun Miyagi in demonstration of his art in front of members of the Japanese Imperial family and during the festival of martial virtues (butokusai).

Like in 1921 in front of the then Crown Prince Hirohito.

“His Highness entered the estate of Marquis Sho and granted audience to the Marquis, his family and former retainers. He then visited the old castle. In the open space before it, he was welcomed by the school children, and there he witnessed the athletic exercises of the middle schools, who exhibited the art of self protection known as karate, resembling boxing“

(Futura/Sawada (1925): The crown prince’s European tour, p. 17).

And in the year 1935 during Butokusai, the annual demonstrations organized by Butokukai. Chōjun Miyagi performed Sanchin, Sesan and yakusoku kumite, with Jitsu’ei Yogi as his partner, which remembered:

“In 1934 I became a student at the Ritsumeikan University. In the following year I acted as a partner Miyagi Chōjun Sensei during the Butokusai. At that time there was the highly respected Jūdōka of the Butokukai named Isogai Hajime (1871-1947). I was studying together with his son at the Faculty of Laws at the time. He said to me, ‘Mr. Yogi, my father has praised your teacher very much. He must be really a first-class Budōka and personality’.”

So, it is a great honor that Morio Higaonna Sensei, following the footsteps of the founder of Gōjū-ryū, demonstrate Suparinpei kata for Japanese Emperor and his majesty Empress at the new Karate-Kaikan (April 29, 2018).

Demonstration for the Emperor

And, once again, it is an honor that Morio Higaonna Sensei and Tetsuji Nakamura Sensei demonstrated their art at 41st Kobudo demonstration in Nippon Budokan of Tokyo. The IOGKF, proud member of the Nihon Kobudo Kyokai (Japan Traditional Martial Arts Association), is one of the few karate organizations that the Japanese Government recognizes as a true Japanese traditional martial arts organization.

41. Kobudo demonstrations

And this is the description of the art of Gōjū-ryū reported by the Nihon Kobudo Kyokai.

Okinawa Gōjū-ryū Bujutsu school was founded around 1930 by Chōjun Miyagi (1888–1953). It is a Bujutsu style close to Karate, which mixes hard and soft techniques, as its name states. , which means hard, refers to closed hand techniques or straight linear attacks, while , which means soft, refers to open hand techniques and circular movements.

© 2018, Roberto Ugolini