Shodan, nidan, sandan…

Shodan, la cintura nera primo dan, può essere un primo obiettivo del praticante

dan-kanji

. La traduzione di dan è, letteralmente, “scolpire gradini su per la montagna”, e rende bene l’idea dell’ascesa, tecnica, spirituale e morale del praticante. Ma rende anche bene l’idea che è solo un primo obiettivo: così come lo scalatore, arrivato alla vetta, scopre nuovi panorami, nuove vette, nuovi obiettivi, così il praticante, arrivato alla cintura nera, deve proseguire il suo percorso, consapevole della strada già percorsa ma con l’obiettivo del costante miglioramento.

Jigoro Kano, fondatore del judō, ha graduato shodan i suoi allievi per la prima volta nel 1883. Gichin Funakoshi, fondatore dello stile Shotokan, è stato il primo maestro di karate ad adottare la graduazione dan, nel 1924.

Chōjun Miyagi, fondatore del Gōjū-ryū Karate-dō, era contrario alle graduazioni dan, e finchè in vita non ha mai graduato nessuno. Il maestro Morio Higaonna racconta un episodio a riguardo: durante un soggiorno a Kyoto il maestro Miyagi fu invitato a cena da alcuni membri del Butokukai e da alcuni allievi delle università giapponesi. Durante la cena uno dei commensali si avvicinò al maestro Miyagi consegnandogli una busta contenente dei soldi e dicendogli “Ippitsu onegai shimasu”, traduzione libera, “ci metta qualche firma sui diplomi di dan”. Il maestro Miyagi rifiutò la busta e fu anche la sua ultima visita a Kyoto.

Ma non era contrario ai titoli in genere, lui stesso fu riconosciuto kyoshi (il secondo livello del livello di maestria) dal Butokukai nel 1937 e raccomandò il suo allievo Jin’an Shinzato per il titolo di renshi (primo livello) nel 1939.

Credo che nella pratica odierna le graduazioni siano importanti, permettono di riconoscere l’impegno del praticante e la qualità di una scuola. Mi piace la nostra tradizione di consegnare la cintura nera shodan al praticante con il solo karategi, senza cintura marrone indosso, per ricordare, per dirla con le parole del maestro Miyagi, di continuare a “praticare duramente con la mente del principiante”.

Cari yudansha, buon cammino nel club dei principianti!

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Kikomi and Chinkuchi Kakin

(versione in Italiano al termine di quella inglese)

“Chibana Sensei‘s kata were power-based with kime on pratically all the techniques… My interpretation of Chibana Sensei‘s explanation is that kime is the trasmitting of force from movements of the whole body by instantaneous lock-up of all the muscles and ligaments upon contact, which is impact. Although Chibana Sensei used the term kime, I realized after Chibana  Sensei explained kikomi (kime plus penetration) that all our kime techniques were kikomi. Kikomi is the locking up of the musles and ligaments after the initial contact”.

(Pat Nakata, Classical Fighting Arts, issue #56)

 

Chinkuchi Kakin: this expression is used to describe the tennsion or stabilization of the joints of the body for a firm stance, a powerful punch, or a strong block. For example, when punching or blocking, the joints of the body are momentarily locked for an instant and concentration is focused on the point of contact; the stance is made firm by locking the joints of the lower body – tha ankles, the knees, and the hips – and by gripping the floor with the feet. Thus, a rapid free-flowing movement is suddenly checked for an instant, on striking or blocking, as power is transferred or absorbed, then tension is released immediately in order to prepare for the next movement. Sanchin kata is an example of prolonged chinkuchi kakin – all the joints of the body in a state of constant tension.”

(Higaonna Morio, Traditional Karate-Do – Okinawa Goju-Ryu, Vol. 2)

 

 

(versione in Italiano)

“I kata di Sensei Chibana erano basati sulla potenza, con kime su quasi tutte le tecniche.. La mia interpretazione della spiegazione di Sensei Chibana è che il kime è la trasmissione della forza proveniente dai movimenti di tutto il corpo combinata con la ‘chiusura’ instantanea dei muscoli e dei legamenti nel momento del contatto, all’impatto. Sebbene Sensei Chibana utilizzasse il termine kime, ho compreso, dopo la spiegazione di Sensei Chibana sul kikomi (kime e penetrazione), che tutte le nostre tecniche con kime erano con kikomi. Kikomi è la chiusura dei muscoli e dei legamenti nel momento del contatto iniziale.”

(Pat Nakata, Classical Fighting Arts, issue #56)

 

 

Chinkuchi Kakin: questa espressione è utilizzata per descrivere la tensione o la stabilizzazione delle articolazioni del corpo per una posizione stabile, un pugno potente o una forte parata. Per esempio, colpiamo o blocchiamo, le articolazioni del corpo sono “chiuse” per un istante e la concentrazione è focalizzata sul punto del contatto; la posizione è resa stabile “chiudendo” le articolazione della parte inferiore del corpo – le caviglie, le ginocchia e le anche – ed afferrando il pavimento con i piedi. In questo modo, un movimento fluido e rapido è improvvisamente controllato per un istante, nel colpire o nel bloccare, con la potenza trasferita o assorbita, poi la tensione è rilasciata immediatamente per preparare il movimento successivo. Il kata Sanchin è un esempio di chinkuchi kakin prolungato – tutte le articolazioni del corpo in stato di costante tensione.”

(Higaonna Morio, Traditional Karate-Do – Okinawa Goju-Ryu, Vol. 2)

 

© 2019, Roberto Ugolini

 

Bunkai non significa applicazione!

Bunkai non significa applicazione!

bunkai kanji

Bun significa “parte, porzione, quota”.

Kai (pronuncia on, cinese) significa “risolvere, capire, spiegare”.

Bunkai significa quindi “analisi, decomposizione, de assemblare”.

kata bunkai setsumei

Il maestro Chōjun Miyagi non sembra mai aver utilizzato nei suoi scritti il termine bunkai, ma il suo amico e compagno di pratica Kenwa Mabuni utilizza questo termine nel suo libro del 1934 “Kōbō Jizai Goshin jutsu Karate Kenpō”, “kata bunkai setsumei” (analisi e spiegazione), riportando anche disegni e spiegazioni per il kata seiyunchin.

Ricordiamo che, nello stesso libro, Mabuni appella Chōjun Miyagi come “mio senior” e lo stile da lui (Mabuni) praticato ed insegnato “Gōjū-ryū Kenpō”, per evidenziare la familiarità e la vicinanza tra i due grandi maestri.

Nel suo scritto “Ryukyu Kenpo Karatedo Enkaku Gaiyo”, preparato in occasione di una dimostrazione e di una conferenza ad Osaka del 28 gennaio 1936, Chōjun Miyagi scrive:

“Nella pratica del kumite, disveliamo i kaishu kata che abbiamo già imparato e studiamo le tecniche di attacco e di difesa in essi contenuti. Avendo compreso il loro scopo tecnico, pratichiamo le tecniche di attacco e difesa (攻防の術 kōbō no jutsu) con uno spirito combattivo come in una situazione reale”.

I caratteri utilizzati per il verbo “disvelare” sono “解き放ち”, “Toki (pronuncia kun) hanachi“.

Toki”, i primi due caratteri, viene da toku, che significa capire, districare; “Hanachi”, il terzo ed il quarto carattere, viene da hanatsu, emettere o rilasciare. “Tokihanatsu” è un verbo composto che significa svolgere, far comprendere, disvelare.

Toki” contiene quindi lo stesso kanji di “bunkai”, pronunciato in maniera diversa.

Ecco allora che quanto scritto da Chōjun Miyagi può essere inteso come una guida all’interpretazione del significato di bunkai.
“Avendo compreso lo scopo tecnico dei kaishu kata ci fornisce l’indicazione di studiare a fondo, “analizzare”, i kaishu kata, senza modificarli, per evitare la perdita di conoscenze e per carpire le indicazioni sulle qualità fondamentali necessarie nel combattimento, anche in una logica evolutiva.
“pratichiamo le tecniche di attacco e difesa” è, all’apparenza, una affermazione banale, è ovvio che pratichiamo tecniche di attacco e difesa… ma il mio suggerimento è quello di interpretare l’affermazione nel senso di cercare e ricercare gli “opposti”, tecniche “dure” e “morbide”, su bersagli a differenti altezze, con posizioni che si alternano, in accordo al contesto che cambia continuamente, sia in riferimento al luogo che alla persona che ci troviamo ad affrontare.
“spirito combattivo”, aspetto fondamentale che permette di superare la normale attitudine a ‘comportarsi bene con gli altri’… non intendo essere cattivi, ma decisi, consapevoli, sinceri, sicuri delle proprie forze e delle proprie debolezze, con un atteggiamento che permette la crescita delle qualità non solo tecniche, nostre e del nostro compagno di pratica.
“situazione reale”, forse l’aspetto più difficile da riprodurre nella pratica, anche se a mio avviso non deve necessariamente trasformarsi nel praticare vestiti senza karategi o con le scarpe (che alle volte è anche opportuno fare). La mia interpretazione, associata allo spirito combattivo, è che dobbiamo farci aiutare dal kata e capire cosa ci suggerisce al di la dell’apparenza, bersagli da colpire, spostamenti, ecc. La frase dell’architetto Louis Sullivan, “la forma segue la funzione”, dovrebbe farci riflettere, aiutandoci ad evitare che sia la funzione a seguire la forma…

© 2018, Roberto Ugolini

Dōjō Kun, i Precetti del luogo dove si persegue la Via

Il mio primo incontro con i Dōjō Kun è stato nel 2000, nel corso del Miyagi Chojun Festival che si tenne a Toronto. Rimasi colpito dalla loro potenza, recitati in maniera superba dall’allora Capo Istruttore del Canada, Jim Marinow Sensei.

Sensei Paolo Taigō Spongia, Capo Istruttore della IOGKF Italia, ha bene illustrato il significato dei Dōjō Kun in questo articolo Dōjō Kun – La Mente che ricerca la Via

I Dōjō Kun insegnati, recitati e vissuti nella nostra Scuola sono stati trasmessi da Sensei Tetsuji Nakamura, Capo Istruttore della IOGKF. La sua recitazione, con una leggera pronuncia di Osaka 🙂 , è ascoltabile in questo link Dojo Kun

Mi piace evidenziare come concetti analoghi a quelli presenti nei Dōjō Kun sono presenti in diverse culture di diversi paesi del mondo, a testimoniare l’universalità dei principi morali che rappresentano.

礼儀を重んずること

Reigi o omonzuru koto

Rispetta gli altri e agisci sempre con onore e cortesia

L’essenza della buona disciplina è il rispetto. Rispetto dell’autorevolezza e rispetto degli altri. Rispetto di se stessi e rispetto delle regole. È un atteggiamento che inizia a casa, è rafforzato a scuola, e si mantiene per tutta la vita.

(Il codice del rispetto, Andre Agassi College Preparatory Academy)

勇気を養うこと

Yūki o yashinau koto

Sii coraggioso

Ho imparato che il coraggio non è la mancanza di paura, ma la vittoria sulla paura. L’uomo coraggioso non è colui che non prova paura ma colui che riesce a controllarla

(Nelson Mandela)

伝統空手道を守り日々の鍛錬を怠らず常に研究 工 夫をすること

Dentō karate o mamori hibi no tanren o okotarazu tsuneni kenkyū kufū o suru koto

Con la tua pratica quotidiana proteggi il Karate-Do tradizionale

Più pratico, più sono fortunato.

(Gary Player, golfista sudafricano)

Le tecniche superlative dei mari del sud, questo karate!

Che peccato veder minacciata la divulgazione della sua essenza reale.

Chi raccoglierà la sfida di riportare il karate alla sua vera gloria?

Con cuore fermo, di fronte al cielo azzurro, io faccio questa solenne promessa.

(Gichin Funakoshi)

不撓不屈の精神を養うこと

Futō fukutsu no seishin o yashinau koto

Sforzati di coltivare uno spirito incorruttibile e indomabile. Non arrenderti mai.

Non arrenderti mai.

Indipendentemente da ciò che ti accade attorno, non arrenderti mai.

Coltiva il tuo cuore. Nel tuo Paese si sprecano troppe energie per sviluppare la mente piuttosto che il cuore.

Sii compassionevole, non solo con i tuoi amici, ma con tutti.

Sii compassionevole. Adoperati per raggiungere la pace nel tuo cuore e nel mondo. Impegnati per la pace.

Ancora una volta ti dico: non arrenderti mai, indipendentemente da ciò che accade o da quello che succede intorno a te.

Non arrenderti mai.

(Dalai Lama)

心身を錬磨し剛柔流空手道の真髄究めること

Shinshin o renma shi Gōjū-Ryū Karate no shinzui o kiwameru koto

Perfeziona il corpo e la mente e sforzati di raggiungere l’essenza del Goju-Ryu Karate-Do

La mente è tutt’uno con il cielo (spirito) e la terra (corpo)

(primo precetto dei Kenpo Hakku)

Il kara (mente) te (corpo) è tecnica, tutti la possono imparare, il do (spirito) è la Via, quando la tecnica diventa parte di se.

(Katsuya Yamashiro)

Nel dōjō di Morio Higaonna Sensei a Naha, i Dōjō Kun sono recitati in questo modo:

Reigi o omonzuru koto

Shinshin o renma ni agemu koto

Hibi no tanren o okotarazu Dentō karate o mamuru koto

Gōjū-Ryū Karate no shinzui o tankyu suru koto

Futō fukutsu no seishin o yashinau koto

© 2018, Roberto Ugolini

Gli “animali” nel Goju Ryu

In base al calendario cinese siamo entrati da pochi giorni nell’anno del Cane: ad Okinawa esiste una tradizione chiamata “teramai” che consiste nell’omaggiare l’animale che identifica l’anno in un tempio dove sia presente una effige dell’animale stesso. A dimostrazione della profondità del legame tra gli “animali” dello zodiaco cinese e la cultura di Okinawa (di cui il karate è parte attiva ed integrata).

Nella numerosità delle arti marziali cinesi, una presenza importante è per quelle ispirate agli animali, alle loro “armi”, alle loro strategie e tecniche di combattimento: la Boxe della Tigre, la Boxe della Gru, la Boxe del Cane, ecc.

dog boar mouse

Un chiaro esempio dell’influenza degli animali dello zodiaco cinese nel karate di Okinawa è lo stile Kojo Ryu, che presenta un set di dodici kamae (posizioni di guardia) basate sugli animali dello zodiaco e queste kamae sono poi inserite all’interno di tre kata (quattro posizioni per kata).

Kanryō Higaonna, il maestro di Chōjun Miyagi, fondatore del Gōjū Ryū, ha studiato le arti marziali del sud della Cina, nella provincia del Fujian. E’ quindi assai probabile che nel Gōjū Ryū ci siano delle forti influenze degli stili di combattimento “animali”.

“Non è difficile immaginare che il prototipo delle arti marziali sia nato dallo spirito combattivo per la sopravvivenza che l’essere umano possiede per natura. Per esempio, molti stili di combattimento cinesi sono stati creati prendendo spunto dai combattimenti degli animali o degli uccelli. Questo si evince dai nomi degli stili come lo stile della Tigre, lo stile del Leone, lo stile della Scimmia, lo stile del Cane, lo stile della Gru, ecc.”

Chōjun Miyagi, “Ryukyu Kenpo Karatedo Enkaku Gaiyo“, 28 gennaio 1936

dragon serpent horse

E questo vale non solo per il Gōjū Ryū, ma in maniera più evidente anche per altri stili di karate di Okinawa:

(stralcio dell’intervista a Sensei Morio Higaonna riportata nel libro “Okinawa Karate no Shinjitsu“, Toho Editions, seconda edizione, 2009)

Il Gōjū Ryū e lo Uechi Ryu, secondo alcuni, all’origine si ispiravano al medesimo Quan Fa cinese, o addirittura erano due tecniche di una stessa tradizione.

Higaonna: Sì, può darsi.

Tuttavia, tra i due, il Gōjū Ryū è in un certo senso quello più austero, e dal punto di vista teorico quello che appare più semplice. Lo Uechi Ryu sembra conservare più profondamente l’impronta del Quan Fa originario.

Higaonna: Esattamente. Secondo me, lo Uechi Ryu prosegue il Quan Fa così com’era. Ci sono forme sulla tigre e su altri animali, e tecniche come il Rankanken e lo Tsuruken.

Vero. Ci sono forme di animali come la tigre, il drago, l’airone e altre ancora, che appaiono così come sono. Anche nel Gōjū Ryū e nello Shorin Ryu si trovano forme come l’airone e la tigre, ma non sono evidenti come nello Uechi Ryu.

Higaonna: Sono nascoste. Come si suol dire, si nascondono gli artigli. Anticamente, si trasmettevano anche tecniche di questo genere. Ma oggigiorno, a furia di nasconderle, è successo che i kata si sono trasformati (ride amaramente). Prendiamo anche l’allenamento, per esempio quello del “mawashi uke”: all’inizio si pratica in modo ampio. Quando lo si è appreso per bene, nel combattimento reale lo si pratica in forma di tigre, facendo roteare le mani in modo più ridotto e incisivo. Come metodo di insegnamento, si dice che sia come temperare una matita. Dapprima si dà la forma con ampi tagli, e poi si smussano gli angoli rifinendo i dettagli affinché il risultato sia bello.

ox tiger hare

E’ da segnalare il tentativo di alcuni maestri / ricercatori di collegare e classificare i kata del Gōjū Ryū sulla base degli stili di combattimento del sud della Cina ispirati agli animali:

Kata Animale
Saifa Gru e/o Leone
Seiyunchin Falco
Sanseru Gru
Sepai Drago
Shisochin Mantide e/o Grillo
Sesan Gru
Kururunfa Drago
Suparinpei Gru

(tabella tratta da http://www.fightingarts.com/reading/article.php?id=623)

Così come è altrettanto interessante l’analisi tecnica comparata, come quella condotta da Sensei Victor Panasiuk, Capo Istruttore IOGKF della Repubblica di Moldova, tra lo stile della Gru Bianca ed il Gōjū Ryū.

(la serie completa delle analisi è pubblicata sulla pagina facebook della Goju Ryu Moldova)

Nel 1993, nel corso di un seminario a San Pietroburgo, Sensei Higaonna disse che uno degli stili da cui è evoluto il Gōjū Ryū era stato creato da una maestra cinese. Questa affermazione mi fece una forte impressione. Cominciai ad interessarmi all’argomento e nel 2006, appena avuta l’opportunità, andai in Cina per studiare la Boxe della Gru Bianca. Fui fortunato ad incontrare il maestro Jeng Ching Yong, 13. patriarca di una delle versioni più ortodosse dello stile. E’ lo stile che parecchi stili di Okinawa hanno come una delle basi. Le mie analisi non sono basate su legende o manoscritti, ma sulla comparazione tecnica dei kata del Gōjū Ryū e dei kata della Gru Bianca, e dell’analisi dei metodi, dei principi e delle strategie di combattimento di ambedue gli stili. Questa prima analisi è dedicata all’utilizzo dei colpi di gomito durante un combattimento. Nel Gōjū Ryūdi Okinawa una tecnica di questo tipo è presente nel kata Shisochin. Nella Boxe della Gru Bianca, nel kata 13 Guardie del Corpo. Nel kata Shisochin questa tecnica consiste di due movimenti, nel kata della Gru Bianca di 3 movimenti. Penso che questo sia dovuto al fatto che l’insegnamento del Gōjū Ryū è destinato ad una vasta platea, e quindi, con la necessità di nascondere il vero significato delle tecniche, un movimento è stato rimosso dal kata. La Boxe della Gru Bianca invece è insegnata solo all’interno di un ristretto nucleo familiare e quindi non sussiste la necessità di occultare le tecniche. Ma in combattimento l’utlizzo della tecnica è praticamente identica.

sheep monkey cock

In ogni caso, quali che siano l’origine e/o gli elementi “animali” (tecniche, strategie), il Gōjū Ryū si è evoluto in un sistema pertinente all’essere umano, per la presenza di aspetti morali, educativi e culturali.

L’aspetto “animale” può essere però anche essere utilizzato per caratterizzare la qualità e la natura dell’approccio del praticante, come splendidamente illustrato da Sogen Sakiyama Roshi, monaco Zen Rinzai nato nel 1921, in una lezione durante il IOGKF World Budosai del 1998.

Ci sono tre forme di karate: il karate di un leone, il karate di una tigre, e il karate di un cane da combattimento.

Quando il praticante di karate rimane calmo come un santo mantenendo la sua potenza all’interno, ed è capace di vincere senza combattere, noi chiamiamo il suo karate il karate di un leone.

Anche se il praticante di karate è forte, noi chiamiamo il suo karate il karate di una tigre se egli appare pieno di spirito combattivo.

Se invece, il praticante di karate è sempre ansioso di combattere, e ama il combattimento, noi chiamiamo il suo karate il karate di un cane da combattimento.

Io spero vivamente che voi sarete così saggi nella scelta del tipo di karate che volete praticare e trasmettere.

Io mi auguro vivamente che voi insegnanti e allievi vi esercitiate per fare del karate di Okinawa il karate di un leone. Questo è un punto essenziale al fine di qualificare il karate di Okinawa come arte marziale.

© 2018, Roberto Ugolini

Sanchin, kihongata

(versione in italiano al termine di quella inglese)

Sanchin is the fundamental kata. Through practicing it, we can take a correct posture. We can inhale and exhale correctly. We can adjust increasing or decreasing our power harmoniously. We can develop a powerful physique and a strong will of warrior. … We induce the interaction of mind and body from the fundamental kata, Sanchin.

Chōjun Miyagi, in “Historical Outline of Karate-Do, Martial Arts of Ryukyu

Posture, breathing and power… three battles.

Mind, body and spirit… three battles.

Sanchin, three battles, the fundamental kata.

The practice of the Sanchin kata would seem to have little relevance to combat: the slowness of the movements, the attention on diaphragmatic breathing, the isotonic and isometric muscular movements… but we should think of Sanchin as a form of kiko (vital energy exercise) that enables us to generate ki and collect it in the tanden (mainly, for combat purposes, in the seika tanden), to direct it to all the areas of the body for offensive and defensive purposes, and to fuse it into muscles, tendons, ligaments and bones.

The posture of body and the mechanics of the movements (arms and legs) are the building blocks for correct Sanchin practice, permitting a fluid ki-flow (ki no nagare). This ki-flow is regulated and enhanced through our breathing, always tanden kokyu, at different levels of interaction with the energy channels, from fukushiki kokyu (abdominal breathing) to shoshyuten (small circulation) to daishyuten (large circulation). Also the breath holding, during the steps, is helpful in this ki-flow, acting as a charger for the following circulations.

sanchin no kiko

“The movements and the posture of Sanchin are coordinated by a breathing method governed by the mind. ‘Mind’ means the correct form of mental concentration. For example, we should never transfer our daily preoccupations into our practice of Sanchin. These problems and worries cause a relaxation of our muscles, whereas they should be in a constant state of tension. Moreover, anxieties disturb the rhythm of our breathing. The correct mental concentration that allows us to avoid these problems is the very definition of heijo shin. The daily, persistent, continual practice of Sanchin builds up the kind of strong mental constitution that permits us to reach heijo shin.

Morio Higaonna, in “Okinawa Goju-Ryu karate-do”; Tokyo, Keibunsha, 1983

The Sanchin kata, therefore, uses maximum muscular contractions to fuse the ki into the muscles, tendons, ligaments and bones. But these muscular contractions follow specific directions and qualities (isotonic and isometric) for different parts of the body. Of particular note is that the muscular contractions of arms and legs follow spiral directions, thus balancing the left and right side of the body and upper arm / thigh with forearm / leg.

sanchin no spiral

“Chōjun Miyagi believed that karateka must understand the principle of spiraling as this was the key to effective karate. This applied, he said, to all facets of karate and all parts of the body; stances, techniques, the use of tanden, breathing, all are united by spiraling to produce speed and power..” (cit. Morio Higaonna Sensei)

(versione in italiano)

“Sanchin è il kata fondamentale. Per mezzo della sua pratica, possiamo acquisire una postura corretta, metodi per la respirazione corretti e per gestire la nostra potenza in maniera armoniosa. Promuove quindi uno spirito ed un fisico forti ed induce l’integrazione tra corpo e mente.”

Chōjun Miyagi, in “Historical Outline of Karate-Do, Martial Arts of Ryukyu

Postura, respirazione, potenza… tre conflitti.

Corpo, mente, spirito… tre conflitti.

Sanchin, tre conflitti, kata fondamentale.

All’apparenza l’esecuzione del Sanchin potrebbe sembrare di poca utilità pratica visto nell’ottica di un contesto marziale. La lentezza dei movimenti, la enfatizzazione della respirazione diaframmatica, la contrazione muscolare isometrica ed isotonica sembrano tendere verso tutt’altre qualità rispetto a quelle necessarie in una disciplina marziale di combattimento. Solamente interpretando il Sanchin come una forma di kiko (lavoro dell’energia) è possibile attribuire a questo kata un senso compiuto, che permette la pratica e lo sviluppo del ki (energia vitale). La pratica del Sanchin permette infatti lo sviluppo del ki, l’accumulo dello stesso nel tanden (principalmente nel seika tanden), il suo trasferimento dal tanden verso le varie zone corporee (sia per scopi difensivi che offensivi) e la sua “fusione” con le ossa, i muscoli ed i tendini.

La postura del corpo e la dinamica dei movimenti (arti superiori ed inferiori in particolare) sono i “mattoni” per la corretta pratica del Sanchin, abilitanti una fluida circolazione del ki (ki no nagare). La circolazione del ki è regolata ed incrementata dalla nostra respirazione, tanden kokyu, con differenti livelli di coinvolgimento dei canali energetici, dalla respirazione addominale, alla piccola e grande circolazione (fukushiki kokyu, shoshyuten, daishyuten). Anche il trattenere il respiro durante i movimenti, mantenendo la corretta postura e le contrazioni muscolari, è funzionale al ki no nagare, agendo come una sorta di caricatore di energia.

sanchin no kiko

“I movimenti e la postura del Sanchin sono coordinati con il metodo di respirazione per mezzo della mente. ‘Mente’ significa la corretta concentrazione mentale. Per esempio, non dovremmo mai trasferire le preoccupazioni quotidiane nella pratica del Sanchin. I problemi e le preoccupazioni causano un rilassamento dei muscoli che invece dovrebbero essere tenuti costantemente in tensione. Inoltre le preoccupazioni disturbano il ritmo della respirazione. La corretta concentrazione mentale che permette di evitare questi problemi non è nient’altro che l’heijo shin. La pratica quotidiana, continua, persistente del Sanchin costruisce quella robusta costituzione mentale che ci permette di raggiungere l’heijo shin.

Morio Higaonna, in “Okinawa Goju-Ryu karate-do”; Tokyo, Keibunsha, 1983

Nel kata Sanchin, quindi, utilizziamo la contrazione muscolare massima, per fondere il ki nei muscoli, nei legamenti, nei tendini e nelle ossa. E queste contrazioni muscolari sono eseguite con specifiche direzioni e qualità (isometriche e isotoniche) per le diverse parti del corpo. In particolare negli arti superiori / inferiori, le contrazioni muscolari inducono delle direzioni a spirale, permettendo un bilanciamento tra le due lateralità del corpo e tra braccio / coscia con avambraccio / gamba.

sanchin no spiral

“Chōjun Miyagi era convinto che la comprensione del principio delle spirali fosse la chiave per un karate veramente efficace. Applicando il principio a tutti gli aspetti del karate ed a tutte le parti del corpo; postura, tecniche, l’utilizzo del tanden, respirazione, tutto unito da spirali per produrre velocità e potenza..” (cit. Sensei Morio Higaonna)

© 2018, Roberto Ugolini

I kata del Goju Ryu di Okinawa

I kata del Gōjū Ryū di Okinawa, come trasmessi ed insegnati nella IOGKF (International Okinawan Goju Ryu Karate-Do Federation), possono essere suddivisi in due tipologie:

  • heishugata: sanchin, tensho
  • kaishugata: gekisai dai ichi, gekisai dai ni, saifa, seiyunchin, shisochin, sanseru, sepai, kururunfa, sesan, suparinpei

Heishugata significa “forma a mano chiusa” (shu è scritto con lo stesso carattere di te di karate, ma è pronunciato in maniera diversa), ma questo non significa che sono kata dove la mano è tenuta chiusa, la chiusura è da intendersi del tanden, che rimane chiuso, compresso, dall’inizio alla fine del kata. Nei kaishugata (“forma a mano aperta”) il tanden è chiuso unicamente al momento del chinkuchi kakin (kime) o al termine dei movimenti eseguiti con muchimi (movimento lento, pesante, concentrato, appiccicoso).

Nel dōjō di Sensei Morio Higaonna a Naha è appesa sulla parete una tavola con sopra calligrafati i nomi dei kata: il sanchin, nelle due versioni Higaonna no Sanchin e Miyagi no Sanchin, è presente preceduto dalla calligrafia kihon kata, poi sono presenti i kaishukata, infine il tensho, preceduta dalla calligrafia heishugata.

goju kata kanji

Nel dicembre del 2012, approfittando di una pausa nella pratica, chiesi a Sensei Higaonna come mai il sanchin non era tra gli heishugata, lui rispose che il sanchin è un heishugata ma, nello stesso tempo, è il kata fondamentale, grazie alla pratica corretta e costante del quale è possibile cogliere i kukuchi, i punti chiave, l’essenza, di tutti gli altri kata.

kata kanji

I kata sanseru, sepai, sesan e suparinpei hanno raffigurato come kanji finale shu che nella lingua parlata non viene però pronunciato. Sesan significa ’13’ che nella cultura Cinese rappresenta la fortuna e la prosperità. Il significato per sanseru, sepai e suparinpei è descritto nell’articolo Suparinpei – 108 .

I kata Gekisai Dai Ichi e Gekisai Dai Ni, creati da Chōjun Miyagi nel 1940, hanno dei nomi, “attaccare e distruggere”, che riflettono il periodo storico in cui sono stati creati.

I kanji originali dei rimanenti kaishugata sono andati persi nel tempo e sono rappresentati da kanji che evocano il significato dei kata stessi e la cui pronuncia è simile a quanto tramandato verbalmente.