Chōjun Miyagi and Gōjū Ryū’s “news”

The exhibition room of Okinawa Karate Kaikan is currently dedicated to Chōjun Miyagi as well as the history and characteristics of Gōjū-ryū.

And we can find very interesting “news”… here the list of more relevant ones in my opinion.

1928:  a copy of an article of Kyoto Imperial University Newspaper (November 1, 1928) about a karate (tode) training session. There also two photos in the article, one of a group training session (all in morote chudan no kamae, sanchin training?), and the other of Chōjun Miyagi in neko ashi dachi / yama uke (like at the end of seiyunchin kata). I never saw these two photos before.. This article is really important because is a written document about the first trip of Chōjun Miyagi in mainland Japan. In the same period there was the meeting with Gichin Funakoshi and Yasuhiro Konishi (see photo below).

miyagifunakoshikonishiazama

1930: copies of three articles about Jin’an Shinzato performance in November 1930 during “The 10th Anniversary Festival of the Establishment of Meiji Jingu”. The event included a martial art kata exhibition and karate was performed together judo and kendo on November 3 and 4 at Tokyo Metropolitan Hibiya Public Hall. The articles was published by “Tokyo Nichinichi Shimbun” (Nov. 5, 1930), by “Okinawa Asahi Shimbun” (Nov. 11, 1930) and “Hawaii Hochi” (October 16, 1930).

1935: during the tug-of-war held in 1935, Chōjun Miyagi carried out the very important duty “Kanuchibo“, ie helding the Kanuchibo pole that joined the “female rope” with ” the “male rope”. There’s a photo in the exhibition about that matter which is more detailed and enlarged than the known one (see below), where the pole is displayed in almost the full lenght.

tugofwar

1936: of the trip of Chōjun Miyagi in Shangai, we have the commemorative plaque signed by Miyagi and others. There is also a photo displayed at the exhibition with Miyagi seated during a dinner, very similar to the one taken in 1940 at Kyoto (see below), but with a lady in front, together with men in military uniform and jacket – tie.

dinner

1940: do you remember my article about the Gōjū-ryū‘s video? You can find it at THE Goju-Ryu video

In the article I stated: “According to Okinawan Prefectural Museum, the photographer, Manshichi Sakamoto, took many pictures during the film and Chōjun Miyagi was in one of the pictures “performing shime on Kotaro Kohama at the Teacher’s College” (as reported in Morio Higaonna’s book). To have more information about the pictures, I wrote to Akiyoshi Sakamoto: he answered me that at the beginning of 2005 they gave all the plates to Japan Folk Craft Museum.

I wrote two times to Japan Folk Craft Museum to have more information about the video and the photos but, unfortunately, I hadn’t receive any answer.”

And the news is…. there the photos! Other than the sanchin shime on Kotato Kohama they displayed:

  • a smiling Chōjun Miyagi looking at the scene with other operators (you can find a portion of this photo in the brochure of the exhibition);

miyagiexhibition

  • two more photos of Chōjun Miyagi during sanchin shime;

shime

  • Chōjun Miyagi supervising the group training of seiyunchin kata;
  • a student in kuri uke during kururunfa kata;
  • a student in neko ashi dachi / tora guchi during kururunfa kata;
  • two students in kururunfa bunkai;
  • a student during tensho kata;
  • a student during tan exercise.

To conclude: a terrific exhibition with a lot of material about Chōjun Miyagi and Gōjū-ryū. My hope is that in the future will be available a catalog of the exhibition to have materials to research about…

 

© 2019, Roberto Ugolini

Annunci

Bunkai non significa applicazione!

Bunkai non significa applicazione!

bunkai kanji

Bun significa “parte, porzione, quota”.

Kai (pronuncia on, cinese) significa “risolvere, capire, spiegare”.

Bunkai significa quindi “analisi, decomposizione, de assemblare”.

kata bunkai setsumei

Il maestro Chōjun Miyagi non sembra mai aver utilizzato nei suoi scritti il termine bunkai, ma il suo amico e compagno di pratica Kenwa Mabuni utilizza questo termine nel suo libro del 1934 “Kōbō Jizai Goshin jutsu Karate Kenpō”, “kata bunkai setsumei” (analisi e spiegazione), riportando anche disegni e spiegazioni per il kata seiyunchin.

Ricordiamo che, nello stesso libro, Mabuni appella Chōjun Miyagi come “mio senior” e lo stile da lui (Mabuni) praticato ed insegnato “Gōjū-ryū Kenpō”, per evidenziare la familiarità e la vicinanza tra i due grandi maestri.

Nel suo scritto “Ryukyu Kenpo Karatedo Enkaku Gaiyo”, preparato in occasione di una dimostrazione e di una conferenza ad Osaka del 28 gennaio 1936, Chōjun Miyagi scrive:

“Nella pratica del kumite, disveliamo i kaishu kata che abbiamo già imparato e studiamo le tecniche di attacco e di difesa in essi contenuti. Avendo compreso il loro scopo tecnico, pratichiamo le tecniche di attacco e difesa (攻防の術 kōbō no jutsu) con uno spirito combattivo come in una situazione reale”.

I caratteri utilizzati per il verbo “disvelare” sono “解き放ち”, “Toki (pronuncia kun) hanachi“.

Toki”, i primi due caratteri, viene da toku, che significa capire, districare; “Hanachi”, il terzo ed il quarto carattere, viene da hanatsu, emettere o rilasciare. “Tokihanatsu” è un verbo composto che significa svolgere, far comprendere, disvelare.

Toki” contiene quindi lo stesso kanji di “bunkai”, pronunciato in maniera diversa.

Ecco allora che quanto scritto da Chōjun Miyagi può essere inteso come una guida all’interpretazione del significato di bunkai.
“Avendo compreso lo scopo tecnico dei kaishu kata ci fornisce l’indicazione di studiare a fondo, “analizzare”, i kaishu kata, senza modificarli, per evitare la perdita di conoscenze e per carpire le indicazioni sulle qualità fondamentali necessarie nel combattimento, anche in una logica evolutiva.
“pratichiamo le tecniche di attacco e difesa” è, all’apparenza, una affermazione banale, è ovvio che pratichiamo tecniche di attacco e difesa… ma il mio suggerimento è quello di interpretare l’affermazione nel senso di cercare e ricercare gli “opposti”, tecniche “dure” e “morbide”, su bersagli a differenti altezze, con posizioni che si alternano, in accordo al contesto che cambia continuamente, sia in riferimento al luogo che alla persona che ci troviamo ad affrontare.
“spirito combattivo”, aspetto fondamentale che permette di superare la normale attitudine a ‘comportarsi bene con gli altri’… non intendo essere cattivi, ma decisi, consapevoli, sinceri, sicuri delle proprie forze e delle proprie debolezze, con un atteggiamento che permette la crescita delle qualità non solo tecniche, nostre e del nostro compagno di pratica.
“situazione reale”, forse l’aspetto più difficile da riprodurre nella pratica, anche se a mio avviso non deve necessariamente trasformarsi nel praticare vestiti senza karategi o con le scarpe (che alle volte è anche opportuno fare). La mia interpretazione, associata allo spirito combattivo, è che dobbiamo farci aiutare dal kata e capire cosa ci suggerisce al di la dell’apparenza, bersagli da colpire, spostamenti, ecc. La frase dell’architetto Louis Sullivan, “la forma segue la funzione”, dovrebbe farci riflettere, aiutandoci ad evitare che sia la funzione a seguire la forma…

© 2018, Roberto Ugolini

Karate e Gōjū, origine dei nomi

Il termine te (de) stava ad indicare, all’inizio del diciannovesimo secolo, l’arte di combattimento a mani nude indigena dell’arcipelago delle Ryu Kyu. Il termine te, pronunciato ti nel dialetto dell’arcipelago, significa “mano” (mani).

L’influenza delle arti di combattimento cinesi, per mezzo di maestri cinesi presenti ad Okinawa o di okinawensi che avevano praticato in Cina, portò nel corso degli anni ad identificare il te con il nome tōde, dove il kanji [1] tō rappresentava la dinastia cinese Tang (618-907) e veniva utilizzato per indicare la Cina in senso lato. de assumeva quindi il significato di mano cinese (mani cinesi). Il termine tō può essere pronunciato, con il metodo Kun, kara.

Fino all’inizio degli anni trenta tōde è stato sicuramente il termine più usato per identificare l’arte di combattimento che oggigiorno è chiamata karate: sono concordi su questo punto sia le testimonianze orali sia quelle scritte. Per esempio, nel 1908, Anko Itosu (1832-1915), nello scritto “tōde junkun” (dieci precetti sul karate), utilizza il termine tōde – mano cinese. I libri scritti a Tokyo nel 1922 e nel 1925 da Gichin Funakoshi (1868-1957), allievo anche di Itosu, utilizzano anche loro il termine tōde per identificare l’arte di combattimento dell’isola d’Okinawa. La prima dimostrazione di karate al Butokusai (il festival organizzato ogni anno dal Butokukai, l’organizzazione ufficiale, cui capo vi era un membro della famiglia imperiale giapponese, che raggruppava tutte le discipline del budo giapponese), effettuata da Yasuhiro Konishi nel 1929, è registrata nel Butokukaishi (giornale del Butokukai) con il termine tōde. Tra l’altro il karate non era ancora riconosciuto come ryūha (stile ufficiale) nel registro del Butokukai, ma compariva sotto la voce jujutsu.

Nel 1932 Choki Motobu (1871-1944) scrive il libro “Watashi no ryū jutsu”. Nella copertina sono chiaramente identificabili i kanji e de (te). Il termine jutsu significa ‘arte’ o ‘tecnica’ e voleva far sottintendere l’origine “pratica”, “reale” del tōde.

watashi no tode jutsu
Watashi no tōde jutsu

Analogamente anche Chōjun Miyagi (1888-1953), per lo scritto “Karate Gaisetsu” (Spiegazione generale sull’arte del karate) del 1934, utilizza il termine tōde.

karate gaisetsu
Karate Gaisetsu

 

Il 26 dicembre del 1933 il karate è riconosciuto dal Butokukai come ryūha. ChōjunMiyagi sottopone Gōjū ryū tōde come nome del proprio stile. Il termine ryū ha un significato letterale di ‘corrente’, ‘stile’, ‘larga comunità con un progetto comune’.

 

Il riconoscimento del karate come arte marziale giapponese ed i crescenti problemi con la Cina spinsero i praticanti di karate, soprattutto quelli che praticavano nel centro del Giappone, ad una profonda riflessione sul nome da dare alla propria arte.

Con la pronuncia kara (metodo Kun) poteva venire letto anche un altro kanji con il significato di ‘vuoto’.

Il termine karate – mano vuota, oltre a rappresentare uno stile di combattimento senza armi, rappresentava bene anche la via spirituale indicata dal buddismo.

Nel 1935 Gichin Funakoshi, trasferito da parecchi anni a Tokyo e quindi a diretto contatto con i sentimenti ideologici dell’epoca, scrive il libro “Karate dō kyohan”, utilizzando il termine karate – mano vuota.

karate do kyohan
Karate do kyohan

 

E’ da notare che Funakoshi aveva già utilizzato il termine in una poesia scritta nel 1922 [2], inoltre non fu il primo ad utilizzare tale termine in uno scritto dedicato al karate: infatti, nel 1905, Chomo Hanashiro (1869-1945), compagno di pratica di Funakoshi in gioventù, utilizzò il termine karate (mano vuota) nel suo libro “Karate kumite”. Non è nota la motivazione che lo spinse a quell’utilizzo, una ipotesi è che potrebbe avere preso spunto dal quinto dei kenpo hakku (poemi sulle arti marziali) presenti nel Bubishi [3], che recita: “Non appena gli arti incontrano il vuoto, si dispongono secondo una tecnica giusta”. Il maestro di Hanashiro e di Funakoshi, il già citato Itosu, possedeva sicuramente una copia del Bubishi. Il maestro Funakoshi ha lasciato questa definizione di kara: “Come la levigata superficie di uno specchio riflette qualunque cosa le stia di fronte e una quieta valle riecheggia anche i più piccoli suoni, allo stesso modo il praticante di karate deve rendere vuota la sua mente di egoismo e di debolezza nello sforzo di reagire adeguatamente in qualunque circostanza”. Funakoshi aggiunge inoltre il suffisso (‘via’, ‘strada’) alla parola karate, come nel judo o nel kendo, per enfatizzare il significato spirituale dell’arte, già evidenziato dal carattere kara – vuoto.

 

Ormai il dado era tratto, il termine karate – mano vuota fu infine recepito ed accettato anche ad Okinawa, il 25 ottobre del 1936, nel corso dell’incontro che riunì alcuni dei più noti maestri di Okinawa dell’epoca.

 

In principio quindi i maestri di karate di Okinawa non si erano mai posti il problema di assegnare un nome formale all’arte di combattimento da loro praticata: la chiamavano semplicemente te o tode. Né tantomeno di differenziare con un nome uno stile invece che un altro. Nel momento in cui, però, cominciarono a viaggiare nel centro del Giappone, il confronto con le arti marziali tradizionali giapponesi li costrinse a cambiare atteggiamento. Il 5 maggio 1930 Chōjun Miyagi fu invitato a prendere parte ad una dimostrazione di arti marziali giapponesi in occasione della festa per l’inaugurazione del tempio Meiji Jingu a Tokyo, alla presenza di membri della famiglia imperiale. Miyagi declinò l’invito, ma mandò quello che allora era il suo migliore studente, Jin’an Shinzato (1901-1945). Al termine della dimostrazione Shinzato fu avvicinato da uno degli altri dimostranti, che, impressionato dalla dimostrazione, gli chiese quale era il nome dell’arte. Non è rimasta traccia della risposta di Shinzato, ma probabilmente rispose Naha-te (cioè il te di Naha, la città dove viveva e praticava Chōjun Miyagi).

Ritornato ad Okinawa Shinzato raccontò l’accaduto al maestro Miyagi. L’accaduto fece realizzare a Miyagi che, per essere alla pari delle altre arti marziali giapponesi, doveva dare un nome al suo stile di karate. Prendendo spunto dal terzo dei kenpo hakku riportati nel Bubishi, “ho gōjū donto” (‘essenziali sono l’inspirazione e l’espirazione con forza e cedevolezza’), Miyagi ritenne che, data la natura dello stile, che possiede tecniche “dure” e “morbide” con enfasi sulla respirazione, Gōjū fosse il nome ideale.

kenpo hakku.jpg
Kenpo hakku

 

[1] I kanji sono ideogrammi cinesi che possono essere letti in due modi diversi: On e Kun. On è il metodo cinese, mentre Kun è il metodo giapponese.

[2] Nella poesia Funakoshi utilizzò, invece del termine consueto “mano cinese”, il termine “ku ken” (pugni vuoti), dove “ku” e “kara” sono rappresentati dallo stesso kanji, pronunciato in maniera diversa.

[3] Il Bubishi è un antico trattato, composto da 32 articoli, di origine non chiara, probabilmente cinese, e non attribuibile a nessun autore. Diverse persone ne possiedono un esemplare copiato a mano, e le copie non sempre sono congruenti tra loro.

 

The cultural development and the promotion of karate: Chōjun Miyagi’s contribution – L’evoluzione culturale e la promozione del karate: il contributo di Chōjun Miyagi

(Versione in italiano al termine di quella in inglese)

Karate is now internationally spread and recognized, but in the twenties of the last century it was spread only in Okinawa and it was not still recognized from the Japanese Authorities. In this article we want to point out the contribution of Chōjun Miyagi, founder of the style Goju-Ryu, in the cultural development and the promotion of karate. Miyagi realized that karate had to evolve in cultural quality, in order to be at the same level of Budo and to be spread in Japan and in the world. To reach this goal, Chōjun Miyagi wrote some manuscripts and articles, and participated in the standardization process of the terminology and of training, including the kata creation for the teaching in the schools.

photo 1 naha city museum history
Chōjun Miyagi (1888-1953), from Naha City Museum of History Archive

The “martial life” of Chōjun Miyagi can be divided in five periods:

  • the practice with Kanryo Higaonna (1902 – 1915)
  • the research and the diffusion of karate in Okinawa (1916 – 1926)

In this period Chōjun Miyagi completed the Naha-te of Kanryo Higaonna and contributed to the public diffusion in Okinawa, teaching in some public structures (schools, police), carrying out numerous demonstrations, founding karate research clubs.

  • the official acknowledgment of karate (1927 – 1933)

In this period Chōjun Miyagi was instrumental for the acknowledgment of karate in the official structures of Okinawa (the Athletic Association of Okinawan Prefecture, introduction in the scholastic curriculum) and Japanese (creation of the Okinawan branch office of Dai Nippon Butokukai, with karate as recognized martial art).

  • the promotion of karate (1934 – 1942)

Through the teaching, especially in Japan, but also through some writings, and contributing in the standardization process of the terminology and of training, including the kata creation for the teaching in the schools.

  • the transmission of the Goju-Ryu Karate-Do (1947 – 1953)

(versione in italiano)

Il Karate è oggi diffuso e riconosciuto in campo internazionale, ma negli anni venti del secolo scorso era diffuso solamente ad Okinawa e non era ancora riconosciuto dalle autorità giapponesi. In questo articolo vogliamo evidenziare alcuni aspetti legati alla promozione del karate da parte di Chōjun Miyagi, fondatore dello stile Goju-Ryu. Miyagi, oltre a continuare gli insegnamenti ad Okinawa e nelle isole principali del Giappone, comprese che se il karate voleva essere degno al rango del Budo e essere diffuso in Giappone ed internazionalmente doveva evolvere in qualità culturale. Allo scopo Chōjun Miyagi scrisse alcuni manoscritti e articoli, inoltre partecipò ai tentativi di standardizzazione riguardanti le terminologie e pratiche di allenamento, compresa la creazione di kata per l’insegnamento nelle scuole.

photo 1 naha city museum history
Chōjun Miyagi (1888-1953), dall’archivio del Museo di Stora della città di Naha

La “vita marziale” di Chōjun Miyagi può essere suddivisa in cinque periodi [1]:

  • la pratica con Kanryo Higaonna (1902 – 1915)
  • la ricerca e la diffusione del karate ad Okinawa (1916 – 1926)

In questo periodo Chōjun Miyagi sistematizzò e completò il Naha-te di Kanryo Higaonna e contribuì alla diffusione pubblica del karate ad Okinawa, insegnando presso alcune strutture pubbliche (scuole, polizia), effettuando numerose dimostrazioni, fondando club di ricerca.

  • il riconoscimento ufficiale del karate (1927 – 1933)

In questo periodo Chōjun Miyagi fu parte attiva nel processo che portò al riconoscimento del karate nelle strutture ufficiali di Okinawa (Associazione Atletica della Prefettura di Okinawa, inserimento nel curriculum scolastico) e giapponesi (creazione della filiale di Okinawa del Dai Nippon Butokukai [2], con l’inserimento del karate come arte marziale riconosciuta).

  • la promozione del karate (1934 – 1942)

L’opera di promozione fu portata avanti attraverso gli insegnamenti, sia in Giappone sia all’estero, ma anche attraverso alcuni scritti e tentativi di standardizzazione di terminologie e pratiche di allenamento.

  • la trasmissione del Goju-Ryu Karate-Do (1947 – 1953)

[1] La suddivisione è, ovviamente, opera dell’autore, tenendo conto delle attività di Chōjun Miyagi e cercando di raggrupparle secondo un percorso di formazione tecnica e marziale.

[2] L’organizzazione ufficiale che raggruppava tutte le discipline del budo, fondata nel 1895 e sciolta dopo la seconda guerra mondiale.

© 2018, Roberto Ugolini

Gōjū-ryū Bujutsu

法剛柔呑吐 Hō Gōjū donto, “The way of inhaling and exhaling is hardness and softness”.

This is the third phrase of Kenpo Hakku 拳法八句 , “Eight Poems of Boxing”, contained in the manuscript document called Bubishi in Japanese, which inspired Chōjun Miyagi when, in 1930, he chose a name for his style, Gōjū-ryū.

And, in 1933, karate (tōdī) was recognized as a form of budō by the Dai Nippon Butokukai, “Society of Martial Virtues of Great-Japan”, recorded as Gōjū-ryū Karate (Tōdī)“.

This recognition was obtained also thanks to the effort of Chōjun Miyagi in demonstration of his art in front of members of the Japanese Imperial family and during the festival of martial virtues (butokusai).

Like in 1921 in front of the then Crown Prince Hirohito.

“His Highness entered the estate of Marquis Sho and granted audience to the Marquis, his family and former retainers. He then visited the old castle. In the open space before it, he was welcomed by the school children, and there he witnessed the athletic exercises of the middle schools, who exhibited the art of self protection known as karate, resembling boxing“

(Futura/Sawada (1925): The crown prince’s European tour, p. 17).

And in the year 1935 during Butokusai, the annual demonstrations organized by Butokukai. Chōjun Miyagi performed Sanchin, Sesan and yakusoku kumite, with Jitsu’ei Yogi as his partner, which remembered:

“In 1934 I became a student at the Ritsumeikan University. In the following year I acted as a partner Miyagi Chōjun Sensei during the Butokusai. At that time there was the highly respected Jūdōka of the Butokukai named Isogai Hajime (1871-1947). I was studying together with his son at the Faculty of Laws at the time. He said to me, ‘Mr. Yogi, my father has praised your teacher very much. He must be really a first-class Budōka and personality’.”

So, it is a great honor that Morio Higaonna Sensei, following the footsteps of the founder of Gōjū-ryū, demonstrate Suparinpei kata for Japanese Emperor and his majesty Empress at the new Karate-Kaikan (April 29, 2018).

Demonstration for the Emperor

And, once again, it is an honor that Morio Higaonna Sensei and Tetsuji Nakamura Sensei demonstrated their art at 41st Kobudo demonstration in Nippon Budokan of Tokyo. The IOGKF, proud member of the Nihon Kobudo Kyokai (Japan Traditional Martial Arts Association), is one of the few karate organizations that the Japanese Government recognizes as a true Japanese traditional martial arts organization.

41. Kobudo demonstrations

And this is the description of the art of Gōjū-ryū reported by the Nihon Kobudo Kyokai.

Okinawa Gōjū-ryū Bujutsu school was founded around 1930 by Chōjun Miyagi (1888–1953). It is a Bujutsu style close to Karate, which mixes hard and soft techniques, as its name states. , which means hard, refers to closed hand techniques or straight linear attacks, while , which means soft, refers to open hand techniques and circular movements.

© 2018, Roberto Ugolini

Bakkies Sensei’s interviews (part 3) – Interviste con Sensei Bakkies (terza ed ultima parte)

(versione in italiano al termine di quella inglese)

This is the last post of a 3-part post regarding Sensei Bakkies Laubscher. This interview was published in December 2015 issue of IOGKF Magazine after the grading to 9th dan.

You can find the two other interviews at the following links:

Bakkies Sensei’s interviews (part 1) – Interviste con Sensei Bakkies (prima parte)

Bakkies Sensei’s interviews (part 2) – Interviste con Sensei Bakkies (seconda parte)

hojoundobakkies-6

Literally thousands of hours in the dōjō, journeying countless miles and spread out over 50 years, Sensei Bakkies Laubscher has been a powerhouse figure of Gōjū Ryū Karate and IOGKF International for over half a century. Karate is the art of constantly challenging ones self to become better each day. At 67 years of age and with such and an extensive career it would be hard to believe that there would be any more Karate mountains left for Sensei Bakkies Laubscher to climb. Yet in October 2015, Sensei Bakkies achieved yet another milestone when he became the first ever person to achieve the rank of 9th Dan from his life long teacher and supreme master Sensei Morio Higaonna. A moment that will go down in the history books, IOGKF Magazine caught up with Sensei Bakkies to get his feeling on this incredible achievement.

How did the whole process of your grading test start? Is it something you were informed of prior or was it a surprise?

Interesting question – I guess the grading process did not really ‘start’ for me at any time or point specifically as I train daily and attempt all the time to stay in the best possible shape, taking illness and injuries in consideration, of course. I tested for Nanadan in 1993 – 22 years and one grading since then, so I have always been content to just continue to train and grow. My philosophy is, and has been for the 52 plus years that I have been practicing Karate, that I practice a Martial Art or Budo, which implies disciplined daily training, shaping and concentrating to keep oneself as alert, conditioned and prepared as can be at all times. I believe you should be ready for your next grading at any time! I was kind of pre-warned about three months prior though. Many members will recall one of my favorite sayings that ‘you are as good as your last training session’ – with this implying that one always has to be in excellent condition, mentally and physically and always ready for, whatever! There is no purpose to train intensely solely for a next rank or grade, that kind of defeats the point of practicing a Martial Art, I guess.

Being the first ever western 9th Dan in IOGKF, was the thought of trying to go ‘where no man has gone before’ overwhelming to you? And how did you prepare yourself for this?

I do not have any grading certificates in my dōjō on the walls – my ability on the floor should confirm what level I am. To be honest, I am very critical of my own ability and standard and therefore try as hard as I can daily to iron out the flaws in my make-up. I have sincerely never given the ‘going where no man has gone before’ idea any thought, until some of fellow practitioners and close friends pointed it out to me following the result at the Chief Instructor Gasshuku in Okinawa. I have simply enjoyed training so much ever since starting Karate, that achievements have never really been my goals or objectives. Maybe when I was younger, I needed to win medals in tournaments but I soon realized, before I was 30 years old and having fought in two WUKO World Championships (in 1972 in Paris, I came joined 5th in the individual Kumite and in 1975 in Long Beach, I was in the South African team that narrowly lost to England who won), that this was a ‘false’ road, so I gave it up when I realized it was just chasing wind and deviating from traditional Karate. I must also admit that mediocrity has never been an option for me! I try to do Karate to the best of my ability and appreciate and respect the Karate hierarchy, but also see it as not just a given – you need to earn your position and respect, you don’t just get it – this is the hardest and true way!

After all you have accomplished and done in traditional karate, what does achieving this grade mean to you personally?

Personally, it means that I have a tremendous responsibility to my Teacher, Higaonna Morio Sensei, and all those who ‘went before me’ to acknowledge and justify their sacrifices, passion and pioneering efforts – they were the ones hacking into ‘no man’s land’. There were also a few prominent people knowingly and unknowingly influencing me and guiding me along the way through the years, including some remarkable leaders I worked alongside during my military career. I also see a big responsibility to all my colleagues, some of who are not around anymore. Without the camaraderie of the IOGKF seniors, the countries that regularly invite me and believe in me, as well as some close acquaintances, friends and colleagues from other styles and organizations, it would have been a truly lonely journey – I hope I can someday reciprocate! Then of course, my own students in my dōjō, especially the seniors, and also all serious students around the world that now can see that it is possible to go higher with the necessary effort and commitment. Last, but not least, my family, who supported me to pursue my dreams!

Now that you have achieved this milestone. What is next for Sensei Bakkies in 2016 and beyond?

At the age I am now, one has to look seriously at your possible TR = Time Remaining, and the management thereof. I obviously am going to keep on trying to get better, train harder (and believe me, getting older definitely means training harder!) but most important, find the best way to prepare and guide the next generation(s). Unfortunately a lot of what I know and do is not duplicable – one followed one’s own instinct and self-direction, so one has to experiment the best way and method to ensure that the transfer of knowledge and advice accumulated through half a century of hard training, listening and observations, sacrifice, disappointments, hacking through a ‘jungle’ of misinformation and deviations along the way, is planned and executed in the most efficient way to ensure the preservation of the essence of what I have experienced in my short career.

Congratulations Sensei Bakkies Laubscher!

Questa è l’ultima delle tre interviste a Sensei Bakkies, pubblicata nell’edizione di Dicembre 2015 dell’IOGKF Magazine (traduzione in italiano dal blog Ken Zen Ichinyo).

Le prime due interviste sono ai link:

Bakkies Sensei’s interviews (part 1) – Interviste con Sensei Bakkies (prima parte)

Bakkies Sensei’s interviews (part 2) – Interviste con Sensei Bakkies (seconda parte)

Letteralmente migliaia di ore spese nel dōjō, viaggi che hanno macinato chilometri spalmati su 50 anni e passa di pratica, Sensei Bakkies Laubscher è stata una figura centrale del Gōjū Ryū e della IOGKF per più di mezzo secolo. Il Karate è l’arte della sfida continua con se stessi per diventare ogni giorno un uomo migliore. A 67 anni e con una carriera così intensa alle spalle non avremmo potuto immaginare un’altra montagna da scalare per Sensei Bakkies Lauscher. Eppure nell’ottobre del 2015 ha raggiunto un’altra pietra miliare quando è diventato il primo a ricevere il nono dan dal Maestro di una vita Sensei Morio Higaonna. Un momento che finirà nei libri di storia. IOGKF Magazine ha incontrato Sensei Bakkies per raccogliere le sue sensazioni su questo incredibile risultato.

Come è cominciato il processo di graduazione? E’ stato qualcosa di preannunciato o è stata una sorpresa?

Domanda interessante, credo che il processo di graduazione non è realmente cominciato per me in nessun momento specifico, mi alleno quotidianamente e mi sforzo in ogni momento di mantenermi nello stato di forma migliore possibile, tenendo in conto chiaramente le malattie e gli infortuni. Ho conseguito il settimo dan nel 1993, sono passati 22 anni e un passaggio di dan da allora, e sono sempre stato felice di continuare ad allenarmi e crescere. La mia convinzione è, e lo è stata per tutti i 52 anni e passa che ho praticato karate, che la mia pratica, il mio budo, richiede un allenamento quotidiano disciplinato, un buon stato di forma e di concentrazione, per mantenersi al meglio, pronti, forti e preparati in ogni momento. Io credo che uno dovrebbe sentirsi pronto per la prossima graduazione in ogni istante! Comunque ebbi una sorta di preavviso circa tre mesi prima. Molti ricorderanno uno dei miei detti preferiti, “che tu vali tanto quanto la tua ultima sessione d’allenamento”, intendendo con questo che uno deve essere sempre in un’eccellente condizione mentale e fisica e sempre pronto, per qualsiasi cosa!. Non ha senso allenarsi intensamente con il fine della classifica o del grado, questo atteggiamento tradisce il senso proprio dell’arte marziale, credo.

Essere il primo tra gli occidentali a raggiungere il 9. dan nella Iogkf, il pensiero di arrivare dove nessuno era mai arrivato prima, è stato pesante? E come ti sei preparato per questo?

Non ho nessun certificato di graduazione appeso al muro nel mio dōjō, la mia abilità sul tatami dovrebbe ancora confermare il livello al quale appartengo. Per essere sinceri io sono molto critico riguardo alle mia abilità e standard e quindi mi impegno sempre duramente per limare i miei difetti. Sinceramente l’idea di “arrivare dove nessuno prima è mai stato”, non mi aveva mai sfiorato, fino a quando alcuni compagni di pratica e carissimi amici non me lo hanno fatto notare dopo l’ultimo Gasshuku dei Capo Istruttori. Semplicemente da quando ho cominciato a praticare karate mi è sempre piaciuto allenarmi tanto che i traguardi non sono mai stati realmente i miei fini o obiettivi.

Forse quando ero più giovane, avevo bisogno di vincere medaglie nei tornei ma ho realizzato presto, prima dei miei 30 anni e dopo aver combattuto in due WUKO World Championships (nel 1972 a Parigi, dove sono arrivato 5° nel kumite individuale e nel 1975 a Long Beach, dove facevo parte della squadra sudafricana che perse di poco contro quella inglese), che questa fosse una falsa strada, così ho smesso quando ho realizzato che stavo giusto rincorrendo il vento e che stavo allontanandomi dal karate tradizionale. Devo anche ammettere che la mediocrità non è mai stata un’opzione per me! Cerco di praticare karate al meglio delle mie capacità, apprezzo e rispetto la gerarchia del karate, ma la vedo anche non come un semplice ottenimento, piuttosto come un “devi guadagnarti la tua posizione e il rispetto”, non sono cose che ottieni una volta per tutte, questa è la via più dura e vera!

Dopo tutto quello che hai raggiunto e fatto nel karate tradizionale, cosa significa per te il conseguimento di questo grado?

Personalmente significa che ho una responsabilità enorme nei confronti del mio Maestro Morio Higaonna, e verso tutti quelli che sono venuti prima di me, di riconoscere e giustificare il loro sacrificio, la loro passione e i loro sforzi pioneristici: sono stati loro che hanno raggiunto per primi una terra di nessuno. Ci sono poi anche altre persone che consapevolmente o inconsapevolmente mi hanno influenzato e guidato attraverso gli anni, inclusi alcuni capi con i quali ho lavorato durante la mia carriera militare. Sento anche una grande responsabilità verso tutti i miei colleghi , molti dei quali non ci sono più. Senza il cameratismo dei membri anziani della IOGKF, senza i paesi che mi invitano regolarmente per i Gasshuku e che credono in me, e senza gli amici e i colleghi di altri stili e organizzazioni, sarebbe stato in realtà un viaggio ben solitario: spero un giorno di poter contraccambiare. Poi, certamente, anche verso i miei studenti, nel mio dōjō, specialmente gli anziani, e verso gli studenti seri in giro per il mondo che ora possono vedere come sia possibile arrivare più in alto con uno sforzo adeguato e con l’impegno. Ultima ma non ultima la mia famiglia che mi ha sostenuto nel perseguire i miei sogni!

Raggiunta questa pietra miliare, cosa riserva il 2016 e gli anni a seguire per Sensei Bakkies?

Alla mia età, uno deve guardare seriamente al proprio TR=Tempo Rimanente, e alla sua gestione. Ovviamente continuerò ad allenarmi per migliorare, allenarmi più duramente (e credetemi, diventare vecchi significa veramente allenarsi più duramente), ma soprattutto trovare la via migliore per preparare e guidare le prossime generazioni. Sfortunatamente molto di quello che io conosco e faccio non è replicabile: ognuno segue il proprio istinto e la propria direzione, così si deve sperimentare la via migliore e il metodo migliore per assicurarsi che il trasferimento delle conoscenze e delle informazioni accumulate attraverso mezzo secolo di duro lavoro, di ascolto e di osservazione, di sacrifici, di delusioni, facendosi strada in una giungla di disinformazione e di deviazioni lungo la via; sia pianificato ed eseguito nella maniera più efficace per preservare l’essenza di ciò che io ho sperimentato nella mia breve carriera.

Congratulazioni Sensei Bakkies!

Bakkies Sensei’s interviews (part 2) – Interviste con Sensei Bakkies (seconda parte)

This is the second part of a 3-part post regarding three interviews with Sensei Bakkies Laubscher. This interview was published in australian magazine Blitz (vol. 24, no 5, May 2010). You can find the pdf of the interview at this link (click on the image of the cover).

Blitz May 2010

Questa è la seconda parte di un post con tre interviste a Sensei Bakkies Laubscher. Questa intervista è stata pubblicata sulla rivista australiana Blitz (Vol. 24 numero 5, Maggio 2010).

PORTANDO IL KARATE NEL MONDO

Bakkies Laubscher, Maestro di Karate Gōjū Ryū

Promosso a 8° Dan nel 2004 dal grande maestro di Gōjū Ryū, Morio Higaonna, Laubscher Sensei è uno dei maestri più noti della International Okinawan Goju-Ryu Karate-Do Federation (IOGKF) e anche il suo direttore tecnico. Il sudafricano gira per il mondo tenendo seminari e arriverà a Canberra questo mese. Prima del suo arrivo in Australia, Mike Clarke ha intervistato Laubscher per scoprire che cos’è che stimola questo uomo di karate a continuare ad allenarsi così duramente, giorno dopo giorno, e a dedicare la sua vita a promuovere l’arte del Gōjū Ryū.

Mike Clarke

Conobbi Bakkies Laubscher Sensei per la prima volta nell’ottobre del 1989. Ero in California per allenarmi al dōjō di Sensei Higaonna a San Marco prima del primo IOGKF Miyagi Chōjun Festival a San Diego. Anche Laubscher Sensei era arrivato in anticipo, e durante la settimana prima del Festival ha tenuto una classe ogni mattina al dōjō di Sensei Higaonna. La cosa che mi ricordo di più delle sue lezioni è quanto era in forma – e la sua velocità. Era anche grande – veramente grande! Le sue lezioni seguivano lo stesso formato ogni mattina: tanto junbi undo, hojo undo e lavori in coppia, con pochissimi esercizi fatti a vuoto. Ho notato che con il passare della settimana veniva sempre meno gente al dōjō, e dopo ero contento di aver accettato la sfida posta ogni giorno da Sensei Laubscher, insieme all’altro Sensei che conduceva la sessione nel pomeriggio. Visto che a dirigere la sessione serale era sempre Sensei Higaonna, non si arrivava alla fine della giornata con il pensiero di potere rallentare, anzi tutto il contrario!

Nato nel 1948 nel Free State (Sud Africa), da bambino si trasferisce con la sua famiglia alla provincia del Capo, in una zona di viticultura di nome Stellenbosch. Si laurea in educazione fisica e ottiene un Higher Diploma da insegnante, insegna per 6 anni prima di iscriversi nella South African Defence Force da ufficiale responsabile per allenamenti fisici e sportivi , dove otterrà il grado di Tenente Colonnello. Da quando è andato in pensione dalla Defence Force passa la maggior parte del suo tempo a viaggiare, ad allenarsi, a insegnare.

Laubscher si interesse già da bambino al karate, iscrivendosi a lezione di Kyokushin nel 1964. Un anno dopo il suo club decide di adottare il karate Shotokan sotto gli auspici della Japan Karate Association (JKA). Nello stesso anno viene promosso a shodan dai Sensei Kase e Shirai, e vince, a 16 anni, il titolo di Cape Province Grand Champion sia nel Kata che nel Kumite. Il fatto che non si ponessero limiti di età o di peso fa capire la straordinaria bravura e la determinazione del giovane Laubscher.

ubuntu bakkies higaonna
Sensei Bakkies Laubscher, Sensei Morio Higaonna

Nel 1966, James Rousseau introduce il Gōjū Ryū in Sud Africa e Sensei Laubscher passa dallo Shotokan al Gōjū Ryū. Sensei Morio Higaonna passa tre mesi in Sud Africa nel 1972 e questo rappresenta una svolta nella vita di Sensei Laubscher. Nel 1973 si trova a Tokyo ad allenarsi con Sensei Higaonna per 5 mesi allo Yōyōgi dōjō. Da quel momento in poi torna spesso in Giappone e a Okinawa.

Sebbene Sensei Laubscher sia molto noto nella IOGKF, è poco conosciuto all’esterno di questa organizzazione. Speriamo che questa intervista possa cambiare tutto questo.

Laubscher Sensei, come tanti sud africani sei molto alto e hai una struttura fisica imponente. Secondo te, questo ti ha aiutato o impedito nell’esercitare il karate?

Esiste un vecchio detto che dice ” Più grandi sono, più grande è il tonfo che fanno quando cadono” ma ce n’è anche un altro che dice , “Più grandi sono, più forti sono i loro colpi!”

Innanzitutto, devo dire che non ho questa forza dalla nascita. Se guardi le foto di me di quando ho ricevuto il mio shodan [primo dan], ero appena 75 chili, sottile e fragile. Ho iniziato il karate quando andavo ancora a scuola in una classe di universitari (ho mentito sulla mia età!), così venivo sempre colpito da persone più grandi e più forti e capii che avevo bisogno di allenarmi il doppio e diventare molto più forte se volevo fare qualche progresso. Ma poi, quando sono diventato più forte, non ottenevo alcun vantaggio perché anche loro si facevano più forti!

Così riflettevo su quale sarebbe dovuta essere la prossima dimensione [del mio karate]. Mi ricordavo del periodo in cui facevo pugilato, che i pesi leggeri/piuma potevano affrontare facilmente sia i pesi medi che i massimi e non farsi troppo male, perché sapevano muoversi molto velocemente così da evitare i colpi. E’ ovvio però che non erano in grado di fare male ai tipi grossi. Così pensavo che se uno riuscisse a essere forte come i pesi massimi e sapesse muoversi come quelli leggeri/piuma, sarebbe ideale. A quell’epoca stavo anche studiando educazione fisica all’università, il che allargò i miei orizzonti riguardo al mio approccio scientifico all’allenamento di karate.

Sono stato molto fortunato nel mio percorso di karate perché ho avuto solo istruttori o mentori di ottima qualità durante gli anni formativi. Per lo Shotokan, abbiamo avuto il defunto Sensei Kase e Sensei Shirai a Città del Capo per sei mesi. Mi allenavo con loro almeno tre volte a settimana e ogni fine settimana. Le caratteristiche predominanti di entrambi erano la potenza e la velocità – anche se regolari/lineari, erano entrambi estremamente veloci. La prima volta che mi sono allenato con Sensei Higaonna nel 1972, mi sono detto, grande o no, anche io mi voglio muovere così veloce come lui!

Ma anche dopo essere riuscito a ottenere velocità e forza, venivo battuto giù lo stesso e, dopo molta contemplazione, compresi, in una prospettiva di arte marziale più ampia, che all’inizio hai bisogno di velocità e forza, ma poi hai bisogno di qualcos’altro che parta dall’intelligenza per formulare e adattare strategie. Inoltre, una cosa che dico sempre ai miei studenti durante i seminari è che non si è mai troppo veloci o troppo forti, e che di sicuro esiste da qualche parte qualcuno che è più grosso e più forte di te! Lavoro ancora quotidianamente per migliorare la mia forza e la mia velocità.

Esistono numerose scuole di Gōjū Ryū ormai, persino a Okinawa. Ci racconti un po’ dei principi che usi nel tuo karate?

È una domanda molto interessante. Il mio approccio è quello di un karate tradizionale o classico; in altre parole, insegnare alla gente quello che gli serve (e non quello che vogliono sapere) per sopravvivere in un ambiente civile ostile, in linea con l’intenzione originale dell’arte. Sono molto preoccupato per la “teorizzazione” del karate e del Gōjū Ryū. Mi ricordo che durante la mia prima visita a Okinawa nel 1973 c’erano molti karateka che erano in grado di eseguire Sanchin di grande forza e avevano enormi calli sulle mani, ma non erano bravi nel confrontarsi con l’altro! Ultimamente, ho notato l’impiego di movimenti sofisticati stile jujitsu e teorie di digito-pressione tra i nuovi studenti, invece che un solido allenamento standard. Per me è una cosa preoccupante – si faranno ammazzare!

Il Gōjū Ryū tradizionale prevede che prima si renda il corpo forte e veloce, dopo si possono comprendere gli altri aspetti “marziali” di strategia, go e ju, e altre applicazioni più complesse. Il mio motto è “non complicare le cose”, che implica un allenamento standard. L’allenamento standard e una buona condizione fisica non sono cose che si possono tralasciare – è questa l’essenza del Gōjū Ryū.

ubuntu molyneaux flat bakkies larsen terauchi
Sensei Molyneaux, Flatt, Laubscher, Larsen, Terauchi

Al di là dei calci e i pugni, c’è anche una parte filosofica del karate che tu segui e insegni?

Non insegno di per sé una specifica filosofia, ma essenzialmente il motivo personale per cui seguo il karate-dō, invece di praticare qualche disciplina pugilistica, è l’aspetto del budō. Il dōjō kun (precetti del dōjō) e l’etichetta rappresentano la fondazione, e questa è la filosofia che trasmetto ai miei studenti. Non è facile – viviamo in una società moderna dove tutto è accessibile all’istante e i studenti pretendono che anche il karate sia così. Vogliono vedere subito dei risultati, invece di considerare il karate come un percorso infinito per sfidare le debolezze e imperfezioni del proprio carattere attraverso l’allenamento.

Se dovessi elencare in ordine di priorità gli aspetti più importanti del karate, cosa diresti?

  1. Junbi undo – il regime tradizionale di preparazione che consiste di tre fasi formulato da Miyagi Chōjun Sensei. Se non ce la fai a fare dieci flessioni, lascia perdere!
  2. Hojo undo e Heishugata (i kata Sanchin/Tensho). Mi sembra strano vedere un dōjō di Gōjū Ryū che non dispone di chi’shi (martelli di pietra) e altri attrezzi di hojo undo. Allenarsi con i chi’shi è assolutamente fondamentale per il Gōjū Ryū. Serve a rinforzare le articolazioni, a differenza dell’allenamento che si fa in palestra che rinforza solo i muscoli e le articolazioni in una direzione, come con la panca.
  3. Kihon. Io sostengo sempre che un nuotatore nuota, un ciclista pedala, e quindi un karateka dovrebbe fare karate – calciare, dare pugni, bloccare, muoversi: le combinazioni! Bisogna stabilire riflessi motori nella ‘memoria del corpo’ in modo che un’azione venga istintivamente, come quando si blocca un attacco inaspettato.
  4. Kata e bunkai. Le numerose ripetizioni di kihon e kata aiutano ad ottenere quello stato di ‘assenza di mente’ (mushin)che è così importante in qualsiasi regime di combattimento. Una considerazione per quanto riguarda i kata bunkai: dovrebbero essere praticabili ed efficaci in una situazione reale. Non bisogna fidarsi di movimenti ‘belli’ e ‘interessanti’ ma praticare il bunkai in modo che funzioni veramente.
  5. Kumite o sparring. Tutte le forme di sparring sono essenziali, ma il 90% dell’allenamento dovrebbe trattarsi delle routine prestabilite, come il sandan-gi, sanbon ippon, ippon kumite, nihon kumite (attacchi a due tecniche) e sanbon kumite (attacchi a tre tecniche). Allenarsi con le armi (per difendersi da un bastone per esempio) è importante – se non ci si allena specificamente per difendersi da questi elementi, non è che succederà automaticamente! Un avvertimento: non si migliorano la potenza e la velocità facendo solo sparring libero – le altre forme che ho menzionato servono apposta per migliorare la potenza e la velocità nello sparring libero.

Ci racconti i tuoi pensieri per quanto riguarda il kata bunkai?

Ho già accennato il mio modo di pensare nella ultima risposta­ – il bunkai dovrebbe essere praticabile e legato al movimento del kata. A volte abbiamo un movimento di kata come un chudan yoko uke nel kata, ma un tsuki uke nel bunkai – allora a cosa serve il yoko uke nel kata? Ma io sono così, ho un approccio molto logico. Se qualcosa ha un senso, l’accetto, ma se non ha una funzione ben chiara, non mi interessa affatto.

Le mie regole e condizioni per il bunkai sono:

  1. Il bunkai dovrebbe essere applicabile praticamente. Ad esempio, la leva al braccio seguita da un atterramento nel kata Shisochin dovrebbe essere applicabile per rispondere ad un pugno da pugile, visto che il cattivo della strada non darà mica un pugno dritto da karate!
  2. Dovrebbe essere svolto a piena velocità e con la massima potenza, altrimenti lascia perdere.

Quello che sto cercando di dire è che è inutile imparare il bunkai in un modo memorizzato, regimentato e coreografato – bisogna essere in grado di utilizzarlo in un scenario libero di tipo ippon kumite.

Un’altra cosa (forse un pò severa) sul bunkai: dipende dalla persona e da caso a caso. Non ci sono segreti che si riveleranno soltanto quando ti trovi sul letto di morte. Con l’aumento della tua conoscenza e dello zanshin (consapevolezza) e l’aprirsi della tua mente (che succederà solo se rimani uno studente invece di credere di sapere tutto) comincerai a capire il potenziale di ogni movimento.

È importante per te il jiyu kumite (combattimento libero)?

Jiyu kumite è molto importante. Ho già menzionato che è possibile avere la capacità di effettuare un Sanchin molto forte, conoscere a memoria tutti i kata e i bunkai, senza essere in grado di applicare nulla di ciò in uno scenario di sparring. Da questo punto di vista il jiyu kumite rappresenta uno strumento utilissimo per sviluppare le capacità di muoversi, attaccare e difendere e di far agire il proprio corpo non a seconda di quello che ordina il cervello ma grazie alla ‘memoria dei muscoli’. Non c’è tempo per pensare. Il corpo deve reagire! Questo è il budō.

Un avvertimento: come dicevo prima, solo il 10% dello sparring dovrebbe essere il jiyu kumite. La mia esperienza mi ha insegnato che diventa una situazione di ‘gioco’ se praticato troppo, e si perde dal punto di vista dalla tecnica, della velocità e della potenza. Per usare un esempio dal rugby, le squadre di rugby sudafricane a 15 non praticano il touch rugby nel riscaldamento proprio perché porta cattive abitudini. La stessa cosa succede quando si pratica troppo il jiyu kumite.

Che ruolo ha l’hojo undo nel tuo karate, e come leghi i vari attrezzi alle tecniche di karate?

L’hojo undo rappresenta uno dei pilastri su cui è costruito il karate Gōjū Ryū – pilastro debole, edificio debole! Non si puo fare Gōjū Ryū senza hojo undo. Quello che mi preoccupa è che non si vedono mai questi attrezzi durante i grandi seminari, dove si insegna l’essenza del sistema. Tenendo in conto che tanti dōjō sono utilizzati anche per altre attività, gli attrezzi di hojo undo più essenziali sono:

  • Chi’shi. Ognuno dovrebbe averne uno personale, da portare al dōjō quando fa la lezione.
  • Un sacco per il karate, oppure degli scudi che tengono i compagni e che possono essere trasportati dall’insegnante. Il sacco sospeso a delle catene offre di più, visto che lo si può usare come bersaglio in movimento. Non si può pretendere di dare un pugno nell’aria e pensare di sviluppare kime e la forza di atterrare qualcuno.

Gli altri attrezzi non sono indispensabili e possono essere sostituiti da attrezzatura da palestra. Un kongoken, ad esempio, costa molto e può essere sostituito da una stazione di forza. Gli ishi sashi possono essere sostituiti da manubri, ecc.

Sei già venuto in Australia diverse volte, come ti trovi qui?

L’adoro. Gli Australiani ci insegnano come si deve vivere: lavorare duramente, non procrastinare o perdersi nelle ‘piccole cose’, godersi in pieno la vita. Ed è un paese tosto dal punto di vista climatico, simile al Sud Africa: questo produce gente tosta – ottimo per il Gōjū Ryū!

Quanto viaggi in questo periodo per insegnare il karate, e ti piace girare per il mondo così?

Ho insegnato in ben 26 paesi, e questo lo considero una grande fortuna. Ci sono Presidenti e Capi di grandi paesi che non hanno viaggiato quanto me! Mi ha permesso di entrare in contatto con la gente comune di paesi che di solito non vengono visitati dai turisti, e questo ha allargato il mio punto di vista sulla vita e mi ha insegnato moltissimo. Condividere le preoccupazioni e le gioie della gente comune è un’opportunità per migliorarsi. Se non mi divertissi, non lo farei! Il divertimento o la soddisfazione viene quando vedi le facce delle persone che stai cercando di aiutare. Più si apprezza il mio lavoro, più mi viene la voglia di condividere quello che ho da offrire. Devo ammettere che scelgo con attenzione le mie destinazioni ormai – vado dove sono apprezzato.

È possibile trasmettere l’essenza del tuo karate a gruppi numerosi, o credi che i seminari servano a qualche altro scopo, o offrano qualche altro beneficio a quelli che ci vengono?

I grandi seminari sono essenziali perché danno la sensazione allo studente di appartenere a qualcosa di molto grande, e se è grande, deve essere buono! Ovviamente, è scontato che il migliore insegnamento è individuale o one-on-one, ma dal punto di vista dell’organizzazione un grande seminario dà la possibilità di incontrarsi ed esiste sempre l’opportunità di dividersi in gruppi più piccoli.

ubuntu gasshuku 2010

In questo momento (maggio 2010) stai lavorando su un evento IOGKF che radunerà molti praticanti, ci puoi anticipare qualcosa?

Ospiteremo in Sud Africa tre eventi in uno:

  1. il gasshuku IOGKF per i Capi Istruttori, aperto anche ai 5. dan in su;
  2. un gasshuku ‘Ubuntu’ aperto a tutti;
  3. una competizione IOGKF basata sul nostro particolare regolamento, dove i due partecipanti prima combattono per un minuto e poi eseguono un kata.

Il tema ‘Ubuntu’ deriva da un concetto africano sulle interazioni personali: una persona è una persona, per le sue relazioni/interazioni con le altre persone. Penso che vista l’epoca in cui viviamo, “schiavizzati” tecnologicamente dai nostri PC, Blackberry, iPod, TV, ecc, questa sia una opportunità per incontrarsi (di persona).

Se potessi in un solo attimo avere la tua vita e il tuo karate esattamente come li vuoi tu come sarebbero?

Non credo che cambierei niente – forse avrei voluto essere più aperto mentalmente da giovane. Sicuramente pochi sanno che la TV è arrivata in Sud Africa solo nel 1976, e io avevo già 26 anni, quindi fino allora l’enfasi era sempre stata più sulle attività fisiche, come lo sport. Non c’erano ovviamente tutte le informazioni che oggi si possono trovare facilmente e gratis su internet. Si possono letteralmente raggiungere centinaia di anni di esperienze di karate con un semplice click del mouse: il problema però rimane che il corpo non ha un pulsante sinistro e pulsante destro. Bisogna sempre fare l’intero ciclo di Gōjū Ryū.

Ho la netta impressione che la soddisfazione di aver finalmente capito qualcosa dopo 10 anni di duro allenamento sia molto più grande rispetto a quella che si riesce a ottenere cliccando su Youtube.