Bakkies Sensei’s interviews (part 2) – Interviste con Sensei Bakkies (seconda parte)

This is the second part of a 3-part post regarding three interviews with Sensei Bakkies Laubscher. This interview was published in australian magazine Blitz (vol. 24, no 5, May 2010). You can find the pdf of the interview at this link (click on the image of the cover).

Blitz May 2010

Questa è la seconda parte di un post con tre interviste a Sensei Bakkies Laubscher. Questa intervista è stata pubblicata sulla rivista australiana Blitz (Vol. 24 numero 5, Maggio 2010).

PORTANDO IL KARATE NEL MONDO

Bakkies Laubscher, Maestro di Karate Gōjū Ryū

Promosso a 8° Dan nel 2004 dal grande maestro di Gōjū Ryū, Morio Higaonna, Laubscher Sensei è uno dei maestri più noti della International Okinawan Goju-Ryu Karate-Do Federation (IOGKF) e anche il suo direttore tecnico. Il sudafricano gira per il mondo tenendo seminari e arriverà a Canberra questo mese. Prima del suo arrivo in Australia, Mike Clarke ha intervistato Laubscher per scoprire che cos’è che stimola questo uomo di karate a continuare ad allenarsi così duramente, giorno dopo giorno, e a dedicare la sua vita a promuovere l’arte del Gōjū Ryū.

Mike Clarke

Conobbi Bakkies Laubscher Sensei per la prima volta nell’ottobre del 1989. Ero in California per allenarmi al dōjō di Sensei Higaonna a San Marco prima del primo IOGKF Miyagi Chōjun Festival a San Diego. Anche Laubscher Sensei era arrivato in anticipo, e durante la settimana prima del Festival ha tenuto una classe ogni mattina al dōjō di Sensei Higaonna. La cosa che mi ricordo di più delle sue lezioni è quanto era in forma – e la sua velocità. Era anche grande – veramente grande! Le sue lezioni seguivano lo stesso formato ogni mattina: tanto junbi undo, hojo undo e lavori in coppia, con pochissimi esercizi fatti a vuoto. Ho notato che con il passare della settimana veniva sempre meno gente al dōjō, e dopo ero contento di aver accettato la sfida posta ogni giorno da Sensei Laubscher, insieme all’altro Sensei che conduceva la sessione nel pomeriggio. Visto che a dirigere la sessione serale era sempre Sensei Higaonna, non si arrivava alla fine della giornata con il pensiero di potere rallentare, anzi tutto il contrario!

Nato nel 1948 nel Free State (Sud Africa), da bambino si trasferisce con la sua famiglia alla provincia del Capo, in una zona di viticultura di nome Stellenbosch. Si laurea in educazione fisica e ottiene un Higher Diploma da insegnante, insegna per 6 anni prima di iscriversi nella South African Defence Force da ufficiale responsabile per allenamenti fisici e sportivi , dove otterrà il grado di Tenente Colonnello. Da quando è andato in pensione dalla Defence Force passa la maggior parte del suo tempo a viaggiare, ad allenarsi, a insegnare.

Laubscher si interesse già da bambino al karate, iscrivendosi a lezione di Kyokushin nel 1964. Un anno dopo il suo club decide di adottare il karate Shotokan sotto gli auspici della Japan Karate Association (JKA). Nello stesso anno viene promosso a shodan dai Sensei Kase e Shirai, e vince, a 16 anni, il titolo di Cape Province Grand Champion sia nel Kata che nel Kumite. Il fatto che non si ponessero limiti di età o di peso fa capire la straordinaria bravura e la determinazione del giovane Laubscher.

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Sensei Bakkies Laubscher, Sensei Morio Higaonna

Nel 1966, James Rousseau introduce il Gōjū Ryū in Sud Africa e Sensei Laubscher passa dallo Shotokan al Gōjū Ryū. Sensei Morio Higaonna passa tre mesi in Sud Africa nel 1972 e questo rappresenta una svolta nella vita di Sensei Laubscher. Nel 1973 si trova a Tokyo ad allenarsi con Sensei Higaonna per 5 mesi allo Yōyōgi dōjō. Da quel momento in poi torna spesso in Giappone e a Okinawa.

Sebbene Sensei Laubscher sia molto noto nella IOGKF, è poco conosciuto all’esterno di questa organizzazione. Speriamo che questa intervista possa cambiare tutto questo.

Laubscher Sensei, come tanti sud africani sei molto alto e hai una struttura fisica imponente. Secondo te, questo ti ha aiutato o impedito nell’esercitare il karate?

Esiste un vecchio detto che dice ” Più grandi sono, più grande è il tonfo che fanno quando cadono” ma ce n’è anche un altro che dice , “Più grandi sono, più forti sono i loro colpi!”

Innanzitutto, devo dire che non ho questa forza dalla nascita. Se guardi le foto di me di quando ho ricevuto il mio shodan [primo dan], ero appena 75 chili, sottile e fragile. Ho iniziato il karate quando andavo ancora a scuola in una classe di universitari (ho mentito sulla mia età!), così venivo sempre colpito da persone più grandi e più forti e capii che avevo bisogno di allenarmi il doppio e diventare molto più forte se volevo fare qualche progresso. Ma poi, quando sono diventato più forte, non ottenevo alcun vantaggio perché anche loro si facevano più forti!

Così riflettevo su quale sarebbe dovuta essere la prossima dimensione [del mio karate]. Mi ricordavo del periodo in cui facevo pugilato, che i pesi leggeri/piuma potevano affrontare facilmente sia i pesi medi che i massimi e non farsi troppo male, perché sapevano muoversi molto velocemente così da evitare i colpi. E’ ovvio però che non erano in grado di fare male ai tipi grossi. Così pensavo che se uno riuscisse a essere forte come i pesi massimi e sapesse muoversi come quelli leggeri/piuma, sarebbe ideale. A quell’epoca stavo anche studiando educazione fisica all’università, il che allargò i miei orizzonti riguardo al mio approccio scientifico all’allenamento di karate.

Sono stato molto fortunato nel mio percorso di karate perché ho avuto solo istruttori o mentori di ottima qualità durante gli anni formativi. Per lo Shotokan, abbiamo avuto il defunto Sensei Kase e Sensei Shirai a Città del Capo per sei mesi. Mi allenavo con loro almeno tre volte a settimana e ogni fine settimana. Le caratteristiche predominanti di entrambi erano la potenza e la velocità – anche se regolari/lineari, erano entrambi estremamente veloci. La prima volta che mi sono allenato con Sensei Higaonna nel 1972, mi sono detto, grande o no, anche io mi voglio muovere così veloce come lui!

Ma anche dopo essere riuscito a ottenere velocità e forza, venivo battuto giù lo stesso e, dopo molta contemplazione, compresi, in una prospettiva di arte marziale più ampia, che all’inizio hai bisogno di velocità e forza, ma poi hai bisogno di qualcos’altro che parta dall’intelligenza per formulare e adattare strategie. Inoltre, una cosa che dico sempre ai miei studenti durante i seminari è che non si è mai troppo veloci o troppo forti, e che di sicuro esiste da qualche parte qualcuno che è più grosso e più forte di te! Lavoro ancora quotidianamente per migliorare la mia forza e la mia velocità.

Esistono numerose scuole di Gōjū Ryū ormai, persino a Okinawa. Ci racconti un po’ dei principi che usi nel tuo karate?

È una domanda molto interessante. Il mio approccio è quello di un karate tradizionale o classico; in altre parole, insegnare alla gente quello che gli serve (e non quello che vogliono sapere) per sopravvivere in un ambiente civile ostile, in linea con l’intenzione originale dell’arte. Sono molto preoccupato per la “teorizzazione” del karate e del Gōjū Ryū. Mi ricordo che durante la mia prima visita a Okinawa nel 1973 c’erano molti karateka che erano in grado di eseguire Sanchin di grande forza e avevano enormi calli sulle mani, ma non erano bravi nel confrontarsi con l’altro! Ultimamente, ho notato l’impiego di movimenti sofisticati stile jujitsu e teorie di digito-pressione tra i nuovi studenti, invece che un solido allenamento standard. Per me è una cosa preoccupante – si faranno ammazzare!

Il Gōjū Ryū tradizionale prevede che prima si renda il corpo forte e veloce, dopo si possono comprendere gli altri aspetti “marziali” di strategia, go e ju, e altre applicazioni più complesse. Il mio motto è “non complicare le cose”, che implica un allenamento standard. L’allenamento standard e una buona condizione fisica non sono cose che si possono tralasciare – è questa l’essenza del Gōjū Ryū.

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Sensei Molyneaux, Flatt, Laubscher, Larsen, Terauchi

Al di là dei calci e i pugni, c’è anche una parte filosofica del karate che tu segui e insegni?

Non insegno di per sé una specifica filosofia, ma essenzialmente il motivo personale per cui seguo il karate-dō, invece di praticare qualche disciplina pugilistica, è l’aspetto del budō. Il dōjō kun (precetti del dōjō) e l’etichetta rappresentano la fondazione, e questa è la filosofia che trasmetto ai miei studenti. Non è facile – viviamo in una società moderna dove tutto è accessibile all’istante e i studenti pretendono che anche il karate sia così. Vogliono vedere subito dei risultati, invece di considerare il karate come un percorso infinito per sfidare le debolezze e imperfezioni del proprio carattere attraverso l’allenamento.

Se dovessi elencare in ordine di priorità gli aspetti più importanti del karate, cosa diresti?

  1. Junbi undo – il regime tradizionale di preparazione che consiste di tre fasi formulato da Miyagi Chōjun Sensei. Se non ce la fai a fare dieci flessioni, lascia perdere!
  2. Hojo undo e Heishugata (i kata Sanchin/Tensho). Mi sembra strano vedere un dōjō di Gōjū Ryū che non dispone di chi’shi (martelli di pietra) e altri attrezzi di hojo undo. Allenarsi con i chi’shi è assolutamente fondamentale per il Gōjū Ryū. Serve a rinforzare le articolazioni, a differenza dell’allenamento che si fa in palestra che rinforza solo i muscoli e le articolazioni in una direzione, come con la panca.
  3. Kihon. Io sostengo sempre che un nuotatore nuota, un ciclista pedala, e quindi un karateka dovrebbe fare karate – calciare, dare pugni, bloccare, muoversi: le combinazioni! Bisogna stabilire riflessi motori nella ‘memoria del corpo’ in modo che un’azione venga istintivamente, come quando si blocca un attacco inaspettato.
  4. Kata e bunkai. Le numerose ripetizioni di kihon e kata aiutano ad ottenere quello stato di ‘assenza di mente’ (mushin)che è così importante in qualsiasi regime di combattimento. Una considerazione per quanto riguarda i kata bunkai: dovrebbero essere praticabili ed efficaci in una situazione reale. Non bisogna fidarsi di movimenti ‘belli’ e ‘interessanti’ ma praticare il bunkai in modo che funzioni veramente.
  5. Kumite o sparring. Tutte le forme di sparring sono essenziali, ma il 90% dell’allenamento dovrebbe trattarsi delle routine prestabilite, come il sandan-gi, sanbon ippon, ippon kumite, nihon kumite (attacchi a due tecniche) e sanbon kumite (attacchi a tre tecniche). Allenarsi con le armi (per difendersi da un bastone per esempio) è importante – se non ci si allena specificamente per difendersi da questi elementi, non è che succederà automaticamente! Un avvertimento: non si migliorano la potenza e la velocità facendo solo sparring libero – le altre forme che ho menzionato servono apposta per migliorare la potenza e la velocità nello sparring libero.

Ci racconti i tuoi pensieri per quanto riguarda il kata bunkai?

Ho già accennato il mio modo di pensare nella ultima risposta­ – il bunkai dovrebbe essere praticabile e legato al movimento del kata. A volte abbiamo un movimento di kata come un chudan yoko uke nel kata, ma un tsuki uke nel bunkai – allora a cosa serve il yoko uke nel kata? Ma io sono così, ho un approccio molto logico. Se qualcosa ha un senso, l’accetto, ma se non ha una funzione ben chiara, non mi interessa affatto.

Le mie regole e condizioni per il bunkai sono:

  1. Il bunkai dovrebbe essere applicabile praticamente. Ad esempio, la leva al braccio seguita da un atterramento nel kata Shisochin dovrebbe essere applicabile per rispondere ad un pugno da pugile, visto che il cattivo della strada non darà mica un pugno dritto da karate!
  2. Dovrebbe essere svolto a piena velocità e con la massima potenza, altrimenti lascia perdere.

Quello che sto cercando di dire è che è inutile imparare il bunkai in un modo memorizzato, regimentato e coreografato – bisogna essere in grado di utilizzarlo in un scenario libero di tipo ippon kumite.

Un’altra cosa (forse un pò severa) sul bunkai: dipende dalla persona e da caso a caso. Non ci sono segreti che si riveleranno soltanto quando ti trovi sul letto di morte. Con l’aumento della tua conoscenza e dello zanshin (consapevolezza) e l’aprirsi della tua mente (che succederà solo se rimani uno studente invece di credere di sapere tutto) comincerai a capire il potenziale di ogni movimento.

È importante per te il jiyu kumite (combattimento libero)?

Jiyu kumite è molto importante. Ho già menzionato che è possibile avere la capacità di effettuare un Sanchin molto forte, conoscere a memoria tutti i kata e i bunkai, senza essere in grado di applicare nulla di ciò in uno scenario di sparring. Da questo punto di vista il jiyu kumite rappresenta uno strumento utilissimo per sviluppare le capacità di muoversi, attaccare e difendere e di far agire il proprio corpo non a seconda di quello che ordina il cervello ma grazie alla ‘memoria dei muscoli’. Non c’è tempo per pensare. Il corpo deve reagire! Questo è il budō.

Un avvertimento: come dicevo prima, solo il 10% dello sparring dovrebbe essere il jiyu kumite. La mia esperienza mi ha insegnato che diventa una situazione di ‘gioco’ se praticato troppo, e si perde dal punto di vista dalla tecnica, della velocità e della potenza. Per usare un esempio dal rugby, le squadre di rugby sudafricane a 15 non praticano il touch rugby nel riscaldamento proprio perché porta cattive abitudini. La stessa cosa succede quando si pratica troppo il jiyu kumite.

Che ruolo ha l’hojo undo nel tuo karate, e come leghi i vari attrezzi alle tecniche di karate?

L’hojo undo rappresenta uno dei pilastri su cui è costruito il karate Gōjū Ryū – pilastro debole, edificio debole! Non si puo fare Gōjū Ryū senza hojo undo. Quello che mi preoccupa è che non si vedono mai questi attrezzi durante i grandi seminari, dove si insegna l’essenza del sistema. Tenendo in conto che tanti dōjō sono utilizzati anche per altre attività, gli attrezzi di hojo undo più essenziali sono:

  • Chi’shi. Ognuno dovrebbe averne uno personale, da portare al dōjō quando fa la lezione.
  • Un sacco per il karate, oppure degli scudi che tengono i compagni e che possono essere trasportati dall’insegnante. Il sacco sospeso a delle catene offre di più, visto che lo si può usare come bersaglio in movimento. Non si può pretendere di dare un pugno nell’aria e pensare di sviluppare kime e la forza di atterrare qualcuno.

Gli altri attrezzi non sono indispensabili e possono essere sostituiti da attrezzatura da palestra. Un kongoken, ad esempio, costa molto e può essere sostituito da una stazione di forza. Gli ishi sashi possono essere sostituiti da manubri, ecc.

Sei già venuto in Australia diverse volte, come ti trovi qui?

L’adoro. Gli Australiani ci insegnano come si deve vivere: lavorare duramente, non procrastinare o perdersi nelle ‘piccole cose’, godersi in pieno la vita. Ed è un paese tosto dal punto di vista climatico, simile al Sud Africa: questo produce gente tosta – ottimo per il Gōjū Ryū!

Quanto viaggi in questo periodo per insegnare il karate, e ti piace girare per il mondo così?

Ho insegnato in ben 26 paesi, e questo lo considero una grande fortuna. Ci sono Presidenti e Capi di grandi paesi che non hanno viaggiato quanto me! Mi ha permesso di entrare in contatto con la gente comune di paesi che di solito non vengono visitati dai turisti, e questo ha allargato il mio punto di vista sulla vita e mi ha insegnato moltissimo. Condividere le preoccupazioni e le gioie della gente comune è un’opportunità per migliorarsi. Se non mi divertissi, non lo farei! Il divertimento o la soddisfazione viene quando vedi le facce delle persone che stai cercando di aiutare. Più si apprezza il mio lavoro, più mi viene la voglia di condividere quello che ho da offrire. Devo ammettere che scelgo con attenzione le mie destinazioni ormai – vado dove sono apprezzato.

È possibile trasmettere l’essenza del tuo karate a gruppi numerosi, o credi che i seminari servano a qualche altro scopo, o offrano qualche altro beneficio a quelli che ci vengono?

I grandi seminari sono essenziali perché danno la sensazione allo studente di appartenere a qualcosa di molto grande, e se è grande, deve essere buono! Ovviamente, è scontato che il migliore insegnamento è individuale o one-on-one, ma dal punto di vista dell’organizzazione un grande seminario dà la possibilità di incontrarsi ed esiste sempre l’opportunità di dividersi in gruppi più piccoli.

ubuntu gasshuku 2010

In questo momento (maggio 2010) stai lavorando su un evento IOGKF che radunerà molti praticanti, ci puoi anticipare qualcosa?

Ospiteremo in Sud Africa tre eventi in uno:

  1. il gasshuku IOGKF per i Capi Istruttori, aperto anche ai 5. dan in su;
  2. un gasshuku ‘Ubuntu’ aperto a tutti;
  3. una competizione IOGKF basata sul nostro particolare regolamento, dove i due partecipanti prima combattono per un minuto e poi eseguono un kata.

Il tema ‘Ubuntu’ deriva da un concetto africano sulle interazioni personali: una persona è una persona, per le sue relazioni/interazioni con le altre persone. Penso che vista l’epoca in cui viviamo, “schiavizzati” tecnologicamente dai nostri PC, Blackberry, iPod, TV, ecc, questa sia una opportunità per incontrarsi (di persona).

Se potessi in un solo attimo avere la tua vita e il tuo karate esattamente come li vuoi tu come sarebbero?

Non credo che cambierei niente – forse avrei voluto essere più aperto mentalmente da giovane. Sicuramente pochi sanno che la TV è arrivata in Sud Africa solo nel 1976, e io avevo già 26 anni, quindi fino allora l’enfasi era sempre stata più sulle attività fisiche, come lo sport. Non c’erano ovviamente tutte le informazioni che oggi si possono trovare facilmente e gratis su internet. Si possono letteralmente raggiungere centinaia di anni di esperienze di karate con un semplice click del mouse: il problema però rimane che il corpo non ha un pulsante sinistro e pulsante destro. Bisogna sempre fare l’intero ciclo di Gōjū Ryū.

Ho la netta impressione che la soddisfazione di aver finalmente capito qualcosa dopo 10 anni di duro allenamento sia molto più grande rispetto a quella che si riesce a ottenere cliccando su Youtube.

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THE Goju-Ryu video

Chojun Miyagi named his style of Karate-DoGoju-Ryu” in 1930. From since, Goju-Ryu Karate-Do is spread internationally and now it’s one of the most important styles of karate-do. But respect to other styles of karate-do, there seems to have a lack of material about it in pre-second world war period. There are a number of photos of Miyagi: in my personal research I collected 44 photos. There are 3 manuscripts related to Chojun Miyagi and we can find his opinions in the minutes of okinawan karate masters meeting in 1936.

There were some rumors, as reported by Charles C. Goodin, that a film was shooted of Chojun Miyagi during his visit in Hawaii in 1934-1935, but it has never been found.

 

And there is THE video. To best of my knowledge, the first written record of this video was in Morio Higaonna’s book “The History of Karate – Okinawan Goju-Ryu” (Dragon Books, 1995).

 

The video shooted in Okinawa in 1940 and titled “Ryukyu no fubutsu”  (Ryukyuan Things) (Black & White / 16mm / 13 min). The video was recorded by Doctor Soetsu (Muyeyoshi) Yanagi. Doctor Yanagi was born in 1889 and lived until 1961, and he is known as the founder of the Japanese craft (mingei) movement that championed the art of the people—the crafts of ordinary use rather than the fine arts. The current owner of the copyright of the video is “The Japan Folk Crafts Museum”.

 

Morio Higaonna wrote: “In 1940 Doctor Muneyoshi Yanagi, who had been born in Tokyo, brought a group of assistants to Okinawa to research traditional Okinawan culture and folk craft. Among the arts and crafts they studied and recorded were Okinawan karate, Ryukyu buyo (classical dance), yakimono (pottery), kosei bingata (weaving) and shikimono (laquerware).

Doctor Yanagi also vistited Kumejima and other islands, recording his research both in writing and on film, and later published a book about Okinawan culture. Having great respect for the Okinawans, he was instrumental in introducing their culture to Japan.

Four students of Chojun Miyagi demonstrated the art of karate for Dr. Yanagi’s group, a demonstration that was recorded on film. In 1982 Dr. Yanagi’s son brought this film to Okinawa and presented it to the Shuri Museum. About one year later the Museum held a special festival for one week in which the film was shown every day. I went six times during that week to view this piece of history”.

According to the catalog of the 2003 Yamagata International Documentary Film Festival, where the video was shown,

“shot primarily on location in the towns of Itoman, Shuri and Tsuboya, these pre-war film present the landscape of Okinawan daily life and introduce the arts and crafts of each locale. The film offer glimpses of uminchu (fishermen)’s expressions, traditional architecture, popular cuisine, funeral parades, the atmosphere of bustling markets, and traditional crafts such as Tsuboya-yaki pottery and Bashofu cloth. These work show that the representation of local scenery and folk art, which at first glance seem to be artless “slice of life” pieces of culture, in fact manifest the spirit of the era”.

This are the information about the video, as reported in the catalog:

Supervisors: Yanagi Soetsu, Shikiba Ryuzaburo

Photography, Editing: Ikai Suketaro

Sound: Tojo Kenjiro

Music: Yanagi Kaneko, Yamauchi Yoshiaki

Titles: Serizawa Keisuke

Planning: The Japan Folk Crafts Association

Production Company: Dainippon Bunka Eiga Seisakusho

Source: The Japan Folk Crafts Museum

 

The description in the catalog don’t write about the karate scene. It lasted about 60 seconds and it included a portion of Tensho kata, a portion of Kururunfa kata, a performance of makiwara, tan, ishi sashinigiri game and chishi exercices, a performance of chishi exercise, a portion of a group performance of Seiyunchin kata.

The location of the demostration should be the yard of Okinawan Prefectural Teachers College (Okinawa Kenritsu Shihan Gakko). In that period Chojun Miyagi taught also in Naha Commercial High School, in Okinawa Prefectural Police Academy and in the garden of his house in Wakasa-machi, Naha.

The students of Naha Commercial High School used a karate uniform with a badge, and that badge don’t appear in the uniforms of the students in the video. Also, according to Okinawan Prefectural Museum, the photographer, Manshichi Sakamoto, took many pictures during the film and Chojun Miyagi was in one of the pictures “performing shime on Kotaro Kohama at the Teacher’s College” (as reported in Morio Higaonna’s book). To have more information about the pictures, I wrote to Akiyoshi Sakamoto: he answerd me that at the beginning of 2005 they gave all the plates to Japan Folk Craft Museum.

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Chojun Miyagi performing shime on Kotaro Kohama at the Teacher’s College

I wrote two times to Japan Folk Craft Museum to have more information about the video and the photos but, unfortunately, I hadn’t receive any answer.

 

“a portion of Tensho kata”

It’s not known who performed the kata. According[1] Tetsuhiro Hokama, an Okinawan karate master, he could be Juhatsu Kyoda. Juhatsu Kyoda (1887-1968) was senior of Chojun Miyagi, he began his learning with Kanryo Higaonna few months before Miyagi, at the very beginning of the 20th century. Chojun Miyagi created Tensho kata in 1916 – 1924. Kyoda didn’t teach Tensho kata to his students, but he introduced them to the techniques of Rokkishu, very similar to the tecniques container in Tensho kata, but not formalized. It is claimed that both Miyagi and Kyoda based their creation on a chapter of the Bubishi. There are also rumors the performer was an ex-school principal (as Kyoda) by the name of Tamanaha, but there is no confirmation.

“a portion of Kururunfa kata”

The kata start from heiko dachi position. According to some researchers, Chojun Miyagi changed the kamae position at the beginning of each kata sometime during the war. After the 1945, the kata began by assuming a musubi dachi position with hands crossed in front of the tanden, and not in heiko dachi with the fists drawn to the side of the body, like in the video.

a performance of tan exercise”

We don’t know who was the performer of the tan exercise, but, according to some rumors, he could be Chojun Miyagi in person. If the rumors are true, the video is the only media material with Chojun Miyagi performing hojo undo.

“a performance of tan, ishi sashi, chishi and nigiri game”

The student with the chishi should be Sogen Sakiyama Roshi in his youth, now the zen master of Okinawan International Zen Center. Sogen Sakiyama was born in 1921 and began his training in Buddhism in 1949. In 1940 he had 19, and he was and is related to karate circles from then until now.

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Opening of Shuren Dojo in Itoman, 1948. Second row, second and third from right Chojun Miyagi and Shoshin Nagamine; above Nagamine, Seiyu (Kaka) Nakasone; third row second from right Seko Higa; fourth row third from right Seikichi Toguchi; top row fifth from left: Sogen Sakiyama Roshi (author of the sign); front row first from left, Jinsei Kamiya.

“a portion of group performance of Seiyunchin kata”

About 30 people in the same yard of the other parts of the video performed a portion of Seiyunchin kata.

[1] Personal communication, Naha July 2004

Hojo undo: esercizi supplementari

 

Hojo undo, esercizi supplementari… ma la traduzione di hojo, supplementari, è fuorviante rispetto all’importanza di questi esercizi nella pratica del Goju Ryu Karate-Do.

“Gli esercizi (hojo undo) ci permettono di imparare ed eseguire meglio i kaishugata. Esercitiamo ciascuna parte del corpo con movimenti specifici. Ci esercitiamo anche con diversi attrezzi per migliorare la forza complessiva e quella di specifiche parti del corpo.” (Chojun Miyagi Sensei)


L’hojo undo è parte integrante del curriculum tecnico shido ho (insieme al junbi undo, kihongata, kaishugata, kumite renshu), come descritto dal Maestro Miyagi nello scritto “Karate-Do Gaisetsu”.

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Hojo undo, Karate Kenkyu Kai, ca 1926

E’ da notare come il Maestro Miyagi, già negli anni intorno al 1930, sistematizzava il suo curriculum tecnico includendo anche il junbi undo e l’hojo undo, mentre il karate giapponese ha sempre avuto come fondamenti il kihon, i kata ed il kumite, trascurando completamente le preziose ed importanti metodiche del junbi undo e dell’hojo undo.

Nell’unico filmato ad oggi noto che riprende alcuni allievi del Maestro Miyagi, quando questi era ancora in vita, girato nel 1940, sono presenti degli esercizi con il makiwara, il tan, gli ishi sashi, i nigiri game, ed il chishi.

 

Anche il Maestro Kanryo Higaonna considerava l’hojo undo parte fondamentale del proprio sistema di pratica, tanto da aver lasciato i seguenti insegnamenti (come riportati da Shoshin Nagamine):

  • i risultati dei propri sforzi sono cumulativi: non avere fretta e non metterti in mostra;
  • allenati secondo le tue capacità;
  • ripeti ogni esercizio fino allo sfinimento e aumenta gradualmente l’intensità.

 

L’hojo undo è inoltre presente in varie scuole di Okinawa, Uechi Ryu, Shorin Ryu. Le scuole giapponesi hanno perso quasi completamente questa pratica, tranne l’utilizzo del makiwara.

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A conferma della presenza e dell’importanza dell’hojo undo nella pratica ad Okinawa, il libro “Karatedo Taikan” del 1938 ne riporta una descrizione dettagliata. Tutti gli attrezzi dell’hojo undo provengono dalla Cina (nell’antica Cina, l’arte di fortificare il corpo attraverso l’uso di attrezzi veniva chiamata Shuai Chiao, arte di irrobustire), tranne il kongoken ed il makiwara (nelle arti marziali cinesi è maggiore l’enfasi sulle tecniche a mano aperta).

Il Maestro Morio Higaonna, nel corso delle sue ricerche in Cina, è riuscito ad identificare tutti gli attrezzi, tranne appunto il kongoken:

chiishi – kunso, ishi sashi – shisoh, tekkan – tisso, nigiri game – chuutan, tetsu geta – tin li, sashi ishi – niantsui, tou – tuupei, tan – sotan, sunabako – saison, ecc.

 

L’hojo undo, in quanto allenamento della forza, della potenza, dei riflessi e della coordinazione muscolare, è il collegamento ideale tra i kata e le loro applicazioni.

Gli attrezzi per l’hojo undo sono tipi del Goju Ryu d’Okinawa. In Cina, il precursore del Goju Ryu d’Okinawa, lo stile delle arti marziali Shaolin del sud, utilizzava una varietà di sttrezzi per rafforzare e condizionare il corpo. Questi esercizi non solo permetteranno di migliorare la forza del praticante ma, allo stesso tempo, miglioreranno le tecniche dei kata. Sia i kaishugata che i heishugata, come il  sanchin ed il tensho, diventeranno più semplici da eseguire grazie alla pratica diligente dell’hojo undo (Morio Higaonna Sensei)

 

L’hojo undo non è body building, il Maestro Miyagi vedeva il corpo come un’unità e studiò il suo regime di allenamento (compreso l’hojo undo) al fine di far lavorare tutti i maggiori gruppi muscolari in modo equilibrato, in maniera consapevole e coordinando i movimenti con la respirazione.

Inoltre l’hojo undo permette di allenare alcune qualità specifiche del Goju Ryu, quali il muchimi, il chinkuchi kakin (kime), ecc. Nell’hojo undo non ci sono vette o limiti da raggiungere, l’unica sfida è quella con se stessi, nel corso del progresso della pratica. Nell’hojo undo non si raggiungono risultati in tempo rapido e quindi la perseveranza è fondamentale. L’esperienza con ciascun attrezzo vi insegnerà la lezione che ha da offrire e, nel farlo, risponderà a tutte le vostre domande.

 

E’ tipico della cultura di Okinawa la praticità e l’abilità di ricavare il meglio da quello che si ha, quindi l’hojo undo, nel rispetto delle qualità fondamentali sopra espresse, può essere praticato con qualsiasi attrezzo, meglio se fatto in casa con materiale di risulta.

 

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Attrezzi per hojo undo, 1942

 

 

Kigu Hojo Undo: hojo undo con attrezzi (elenco non esaustivo)

Attrezzi “da sollevare” Makiage Rullo per i polsi
Chiishi Pietra della forza
“morote” Chiishi Con due manici
Nigiri game Giare da afferrare
Tan Bilanciere
Ishi Sashi Lucchetto di pietra
Kongoken Peso ovale metallico
Tetsu (Ishi) Geta Ciabatte di metallo (pietra)
Tetsu arei Manubri di ferro
Sashi Ishi Pietra (spesso con manici)
Tekkan (Tetsu no Wa) Anelli di ferro

 

 

Attrezzi “da colpire”

 

Makiwara Tavola per colpire, ‘avvolto dalla paglia’
Temochishiki makiwara Mobile
Fukushiki makiwara Fisso
Sagi Makiwara Sacco
Tou Fasci di bambù
Jari (Suna) Bako Scatola di ghiaia (sabbia)
Ude kitae Tronco per le braccia
Kakite Bikei “Tronco” per parare e per la pratica del kakie

 

La suddivisione precedente può essere interpretata anche come una metodologia per allenare l’ “indurimento”:

Attrezzi “da sollevare”: indurimento difensivo

Attrezzi “da colpire”: indurimento offensivo (‘shock’)

Ude tanren, san dan gi (sandan uke barai), tai atari: indurimento difensivo con “shock”

Il praticante impara a sostenere fisicamente e psicologicamente gli impatti derivanti dallo scontro nel combattimento. Quindi è psicologicamente più preparato ad uno scontro reale e allo shock che deriva dal subire un impatto, shock che se non è stato mai sperimentato prima può determinare esitazione e timore che in un combattimento reale significano la fine.

Il corpo si rinforza (tanren significa forgiare) e lo si vede chiaramente, quando un principiante inizia con questi esercizi, anche impatti leggeri determinano la formazione di ecchimosi mentre dopo pochi mesi di esercizio le ecchimosi non si formano più e a poco a poco, spontaneamente, l’intensità degli impatti è aumentata.

Nel praticare questi esercizi però non basta colpire o farsi colpire (come talvolta è male interpretato e origine di traumi) ma sono fondamentali principi di respirazione e controllo del tanden e della postura durante gli esercizi. Si impara anche che quando in combattimento non si può evitare un colpo (e chi combatte realisticamente sa che i colpi si prendono e si danno) bisogna saperlo assorbire (importante è appunto postura, allineamento del corpo, respiro, energia…) e continuare immediatamente senza esitazioni e anzi approfittando dell’opportunità.

© 2017, Roberto Ugolini