#IOPRATICOIKATA

“Il kata è un concetto difficile da comprendere, così per aiutarci a comprendere con chiarezza la sua natura ed il suo posto nella pratica del karate, possiamo paragonarlo ai differenti tipi di caratteri del sistema di scrittura cinese, i kanji.

Nella scrittura di un carattere esiste uno stile formale o stampato che è governato da regole e dimensioni ben precise. Esiste inoltre uno stile libero o manuale che permette all’autore di esprimere la propria interpretazione dei caratteri formali. … Lo stile formale, con la sua forma fissa e le sue convenzioni, rappresenta il kata. Questa tradizione deve essere mantenuta. Lo stile “libero”, con il suo enorme potenziale per le variazioni e libertà di espressione, rappresenta il kumite. Il kumite è la libera espressione del kata. Se ignoriamo il carattere originale e utilizziamo solamente quello libero, alla fine il carattere originale e il suo significato saranno persi. Così è anche per il karate. Dobbiamo sempre considerare il kata come la base della nostra pratica, dal quale tutti gli altri aspetti possono evolvere. Dobbiamo assicurarci di preservare il kata intatto. La conoscenza e l’esperienza dei grandi maestri della storia non deve essere persa.

Morio Higaonna, “Traditional Karate-Do – Okinawa Goju Ryu, vol. 2” (1986 Minato Research/Japan Publications).

Buon Kata del Goju-Ryu di Okinawa a tutti!

I kata del Goju Ryu di Okinawa

I kata del Gōjū Ryū di Okinawa, come trasmessi ed insegnati nella IOGKF (International Okinawan Goju Ryu Karate-Do Federation), possono essere suddivisi in due tipologie:

  • heishugata: sanchin, tensho
  • kaishugata: gekisai dai ichi, gekisai dai ni, saifa, seiyunchin, shisochin, sanseru, sepai, kururunfa, sesan, suparinpei

Heishugata significa “forma a mano chiusa” (shu è scritto con lo stesso carattere di te di karate, ma è pronunciato in maniera diversa), ma questo non significa che sono kata dove la mano è tenuta chiusa, la chiusura è da intendersi del tanden, che rimane chiuso, compresso, dall’inizio alla fine del kata. Nei kaishugata (“forma a mano aperta”) il tanden è chiuso unicamente al momento del chinkuchi kakin (kime) o al termine dei movimenti eseguiti con muchimi (movimento lento, pesante, concentrato, appiccicoso).

Nel dōjō di Sensei Morio Higaonna a Naha è appesa sulla parete una tavola con sopra calligrafati i nomi dei kata: il sanchin, nelle due versioni Higaonna no Sanchin e Miyagi no Sanchin, è presente preceduto dalla calligrafia kihon kata, poi sono presenti i kaishukata, infine il tensho, preceduta dalla calligrafia heishugata.

goju kata kanji

Nel dicembre del 2012, approfittando di una pausa nella pratica, chiesi a Sensei Higaonna come mai il sanchin non era tra gli heishugata, lui rispose che il sanchin è un heishugata ma, nello stesso tempo, è il kata fondamentale, grazie alla pratica corretta e costante del quale è possibile cogliere i kukuchi, i punti chiave, l’essenza, di tutti gli altri kata.

kata kanji

I kata sanseru, sepai, sesan e suparinpei hanno raffigurato come kanji finale shu che nella lingua parlata non viene però pronunciato. Sesan significa ’13’ che nella cultura Cinese rappresenta la fortuna e la prosperità. Il significato per sanseru, sepai e suparinpei è descritto nell’articolo Suparinpei – 108 .

I kata Gekisai Dai Ichi e Gekisai Dai Ni, creati da Chōjun Miyagi nel 1940, hanno dei nomi, “attaccare e distruggere”, che riflettono il periodo storico in cui sono stati creati.

I kanji originali dei rimanenti kaishugata sono andati persi nel tempo e sono rappresentati da kanji che evocano il significato dei kata stessi e la cui pronuncia è simile a quanto tramandato verbalmente.