Karate e Gōjū, origine dei nomi

Il termine te (de) stava ad indicare, all’inizio del diciannovesimo secolo, l’arte di combattimento a mani nude indigena dell’arcipelago delle Ryu Kyu. Il termine te, pronunciato ti nel dialetto dell’arcipelago, significa “mano” (mani).

L’influenza delle arti di combattimento cinesi, per mezzo di maestri cinesi presenti ad Okinawa o di okinawensi che avevano praticato in Cina, portò nel corso degli anni ad identificare il te con il nome tōde, dove il kanji [1] tō rappresentava la dinastia cinese Tang (618-907) e veniva utilizzato per indicare la Cina in senso lato. de assumeva quindi il significato di mano cinese (mani cinesi). Il termine tō può essere pronunciato, con il metodo Kun, kara.

Fino all’inizio degli anni trenta tōde è stato sicuramente il termine più usato per identificare l’arte di combattimento che oggigiorno è chiamata karate: sono concordi su questo punto sia le testimonianze orali sia quelle scritte. Per esempio, nel 1908, Anko Itosu (1832-1915), nello scritto “tōde junkun” (dieci precetti sul karate), utilizza il termine tōde – mano cinese. I libri scritti a Tokyo nel 1922 e nel 1925 da Gichin Funakoshi (1868-1957), allievo anche di Itosu, utilizzano anche loro il termine tōde per identificare l’arte di combattimento dell’isola d’Okinawa. La prima dimostrazione di karate al Butokusai (il festival organizzato ogni anno dal Butokukai, l’organizzazione ufficiale, cui capo vi era un membro della famiglia imperiale giapponese, che raggruppava tutte le discipline del budo giapponese), effettuata da Yasuhiro Konishi nel 1929, è registrata nel Butokukaishi (giornale del Butokukai) con il termine tōde. Tra l’altro il karate non era ancora riconosciuto come ryūha (stile ufficiale) nel registro del Butokukai, ma compariva sotto la voce jujutsu.

Nel 1932 Choki Motobu (1871-1944) scrive il libro “Watashi no ryū jutsu”. Nella copertina sono chiaramente identificabili i kanji e de (te). Il termine jutsu significa ‘arte’ o ‘tecnica’ e voleva far sottintendere l’origine “pratica”, “reale” del tōde.

watashi no tode jutsu
Watashi no tōde jutsu

Analogamente anche Chōjun Miyagi (1888-1953), per lo scritto “Karate Gaisetsu” (Spiegazione generale sull’arte del karate) del 1934, utilizza il termine tōde.

karate gaisetsu
Karate Gaisetsu

 

Il 26 dicembre del 1933 il karate è riconosciuto dal Butokukai come ryūha. ChōjunMiyagi sottopone Gōjū ryū tōde come nome del proprio stile. Il termine ryū ha un significato letterale di ‘corrente’, ‘stile’, ‘larga comunità con un progetto comune’.

 

Il riconoscimento del karate come arte marziale giapponese ed i crescenti problemi con la Cina spinsero i praticanti di karate, soprattutto quelli che praticavano nel centro del Giappone, ad una profonda riflessione sul nome da dare alla propria arte.

Con la pronuncia kara (metodo Kun) poteva venire letto anche un altro kanji con il significato di ‘vuoto’.

Il termine karate – mano vuota, oltre a rappresentare uno stile di combattimento senza armi, rappresentava bene anche la via spirituale indicata dal buddismo.

Nel 1935 Gichin Funakoshi, trasferito da parecchi anni a Tokyo e quindi a diretto contatto con i sentimenti ideologici dell’epoca, scrive il libro “Karate dō kyohan”, utilizzando il termine karate – mano vuota.

karate do kyohan
Karate do kyohan

 

E’ da notare che Funakoshi aveva già utilizzato il termine in una poesia scritta nel 1922 [2], inoltre non fu il primo ad utilizzare tale termine in uno scritto dedicato al karate: infatti, nel 1905, Chomo Hanashiro (1869-1945), compagno di pratica di Funakoshi in gioventù, utilizzò il termine karate (mano vuota) nel suo libro “Karate kumite”. Non è nota la motivazione che lo spinse a quell’utilizzo, una ipotesi è che potrebbe avere preso spunto dal quinto dei kenpo hakku (poemi sulle arti marziali) presenti nel Bubishi [3], che recita: “Non appena gli arti incontrano il vuoto, si dispongono secondo una tecnica giusta”. Il maestro di Hanashiro e di Funakoshi, il già citato Itosu, possedeva sicuramente una copia del Bubishi. Il maestro Funakoshi ha lasciato questa definizione di kara: “Come la levigata superficie di uno specchio riflette qualunque cosa le stia di fronte e una quieta valle riecheggia anche i più piccoli suoni, allo stesso modo il praticante di karate deve rendere vuota la sua mente di egoismo e di debolezza nello sforzo di reagire adeguatamente in qualunque circostanza”. Funakoshi aggiunge inoltre il suffisso (‘via’, ‘strada’) alla parola karate, come nel judo o nel kendo, per enfatizzare il significato spirituale dell’arte, già evidenziato dal carattere kara – vuoto.

 

Ormai il dado era tratto, il termine karate – mano vuota fu infine recepito ed accettato anche ad Okinawa, il 25 ottobre del 1936, nel corso dell’incontro che riunì alcuni dei più noti maestri di Okinawa dell’epoca.

 

In principio quindi i maestri di karate di Okinawa non si erano mai posti il problema di assegnare un nome formale all’arte di combattimento da loro praticata: la chiamavano semplicemente te o tode. Né tantomeno di differenziare con un nome uno stile invece che un altro. Nel momento in cui, però, cominciarono a viaggiare nel centro del Giappone, il confronto con le arti marziali tradizionali giapponesi li costrinse a cambiare atteggiamento. Il 5 maggio 1930 Chōjun Miyagi fu invitato a prendere parte ad una dimostrazione di arti marziali giapponesi in occasione della festa per l’inaugurazione del tempio Meiji Jingu a Tokyo, alla presenza di membri della famiglia imperiale. Miyagi declinò l’invito, ma mandò quello che allora era il suo migliore studente, Jin’an Shinzato (1901-1945). Al termine della dimostrazione Shinzato fu avvicinato da uno degli altri dimostranti, che, impressionato dalla dimostrazione, gli chiese quale era il nome dell’arte. Non è rimasta traccia della risposta di Shinzato, ma probabilmente rispose Naha-te (cioè il te di Naha, la città dove viveva e praticava Chōjun Miyagi).

Ritornato ad Okinawa Shinzato raccontò l’accaduto al maestro Miyagi. L’accaduto fece realizzare a Miyagi che, per essere alla pari delle altre arti marziali giapponesi, doveva dare un nome al suo stile di karate. Prendendo spunto dal terzo dei kenpo hakku riportati nel Bubishi, “ho gōjū donto” (‘essenziali sono l’inspirazione e l’espirazione con forza e cedevolezza’), Miyagi ritenne che, data la natura dello stile, che possiede tecniche “dure” e “morbide” con enfasi sulla respirazione, Gōjū fosse il nome ideale.

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Kenpo hakku

 

[1] I kanji sono ideogrammi cinesi che possono essere letti in due modi diversi: On e Kun. On è il metodo cinese, mentre Kun è il metodo giapponese.

[2] Nella poesia Funakoshi utilizzò, invece del termine consueto “mano cinese”, il termine “ku ken” (pugni vuoti), dove “ku” e “kara” sono rappresentati dallo stesso kanji, pronunciato in maniera diversa.

[3] Il Bubishi è un antico trattato, composto da 32 articoli, di origine non chiara, probabilmente cinese, e non attribuibile a nessun autore. Diverse persone ne possiedono un esemplare copiato a mano, e le copie non sempre sono congruenti tra loro.

 

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Heishu-gata and Kaishu-gata

(Extract from ‘Miscellaneous Thoughts on Karate: Ho Goju Donto’, by Miyagi Chojun, in ‘The Essence of Naha-te’, translated and compiled by Joe Swift)

I think that the relationship between Heishu and Kaishu in Karate-do is the same as relationship between the block script and the cursive script in Chinese calligraphy. Heishu represents the block script, whereas Kaishu is the cursive style. The block script can be described as quiet and calm, while the cursive script is active and dynamic. Therefore, it is obvious which one represents the fundamental techniques of writing. It also clear that we should proceed from the fundamental in an incremental manner.

The cultural development and the promotion of karate: Chōjun Miyagi’s contribution – L’evoluzione culturale e la promozione del karate: il contributo di Chōjun Miyagi

(Versione in italiano al termine di quella in inglese)

Karate is now internationally spread and recognized, but in the twenties of the last century it was spread only in Okinawa and it was not still recognized from the Japanese Authorities. In this article we want to point out the contribution of Chōjun Miyagi, founder of the style Goju-Ryu, in the cultural development and the promotion of karate. Miyagi realized that karate had to evolve in cultural quality, in order to be at the same level of Budo and to be spread in Japan and in the world. To reach this goal, Chōjun Miyagi wrote some manuscripts and articles, and participated in the standardization process of the terminology and of training, including the kata creation for the teaching in the schools.

photo 1 naha city museum history
Chōjun Miyagi (1888-1953), from Naha City Museum of History Archive

The “martial life” of Chōjun Miyagi can be divided in five periods:

  • the practice with Kanryo Higaonna (1902 – 1915)
  • the research and the diffusion of karate in Okinawa (1916 – 1926)

In this period Chōjun Miyagi completed the Naha-te of Kanryo Higaonna and contributed to the public diffusion in Okinawa, teaching in some public structures (schools, police), carrying out numerous demonstrations, founding karate research clubs.

  • the official acknowledgment of karate (1927 – 1933)

In this period Chōjun Miyagi was instrumental for the acknowledgment of karate in the official structures of Okinawa (the Athletic Association of Okinawan Prefecture, introduction in the scholastic curriculum) and Japanese (creation of the Okinawan branch office of Dai Nippon Butokukai, with karate as recognized martial art).

  • the promotion of karate (1934 – 1942)

Through the teaching, especially in Japan, but also through some writings, and contributing in the standardization process of the terminology and of training, including the kata creation for the teaching in the schools.

  • the transmission of the Goju-Ryu Karate-Do (1947 – 1953)

(versione in italiano)

Il Karate è oggi diffuso e riconosciuto in campo internazionale, ma negli anni venti del secolo scorso era diffuso solamente ad Okinawa e non era ancora riconosciuto dalle autorità giapponesi. In questo articolo vogliamo evidenziare alcuni aspetti legati alla promozione del karate da parte di Chōjun Miyagi, fondatore dello stile Goju-Ryu. Miyagi, oltre a continuare gli insegnamenti ad Okinawa e nelle isole principali del Giappone, comprese che se il karate voleva essere degno al rango del Budo e essere diffuso in Giappone ed internazionalmente doveva evolvere in qualità culturale. Allo scopo Chōjun Miyagi scrisse alcuni manoscritti e articoli, inoltre partecipò ai tentativi di standardizzazione riguardanti le terminologie e pratiche di allenamento, compresa la creazione di kata per l’insegnamento nelle scuole.

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Chōjun Miyagi (1888-1953), dall’archivio del Museo di Stora della città di Naha

La “vita marziale” di Chōjun Miyagi può essere suddivisa in cinque periodi [1]:

  • la pratica con Kanryo Higaonna (1902 – 1915)
  • la ricerca e la diffusione del karate ad Okinawa (1916 – 1926)

In questo periodo Chōjun Miyagi sistematizzò e completò il Naha-te di Kanryo Higaonna e contribuì alla diffusione pubblica del karate ad Okinawa, insegnando presso alcune strutture pubbliche (scuole, polizia), effettuando numerose dimostrazioni, fondando club di ricerca.

  • il riconoscimento ufficiale del karate (1927 – 1933)

In questo periodo Chōjun Miyagi fu parte attiva nel processo che portò al riconoscimento del karate nelle strutture ufficiali di Okinawa (Associazione Atletica della Prefettura di Okinawa, inserimento nel curriculum scolastico) e giapponesi (creazione della filiale di Okinawa del Dai Nippon Butokukai [2], con l’inserimento del karate come arte marziale riconosciuta).

  • la promozione del karate (1934 – 1942)

L’opera di promozione fu portata avanti attraverso gli insegnamenti, sia in Giappone sia all’estero, ma anche attraverso alcuni scritti e tentativi di standardizzazione di terminologie e pratiche di allenamento.

  • la trasmissione del Goju-Ryu Karate-Do (1947 – 1953)

[1] La suddivisione è, ovviamente, opera dell’autore, tenendo conto delle attività di Chōjun Miyagi e cercando di raggrupparle secondo un percorso di formazione tecnica e marziale.

[2] L’organizzazione ufficiale che raggruppava tutte le discipline del budo, fondata nel 1895 e sciolta dopo la seconda guerra mondiale.

© 2018, Roberto Ugolini

Dōjō Kun, i Precetti del luogo dove si persegue la Via

Il mio primo incontro con i Dōjō Kun è stato nel 2000, nel corso del Miyagi Chojun Festival che si tenne a Toronto. Rimasi colpito dalla loro potenza, recitati in maniera superba dall’allora Capo Istruttore del Canada, Jim Marinow Sensei.

Sensei Paolo Taigō Spongia, Capo Istruttore della IOGKF Italia, ha bene illustrato il significato dei Dōjō Kun in questo articolo Dōjō Kun – La Mente che ricerca la Via

I Dōjō Kun insegnati, recitati e vissuti nella nostra Scuola sono stati trasmessi da Sensei Tetsuji Nakamura, Capo Istruttore della IOGKF. La sua recitazione, con una leggera pronuncia di Osaka 🙂 , è ascoltabile in questo link Dojo Kun

Mi piace evidenziare come concetti analoghi a quelli presenti nei Dōjō Kun sono presenti in diverse culture di diversi paesi del mondo, a testimoniare l’universalità dei principi morali che rappresentano.

礼儀を重んずること

Reigi o omonzuru koto

Rispetta gli altri e agisci sempre con onore e cortesia

L’essenza della buona disciplina è il rispetto. Rispetto dell’autorevolezza e rispetto degli altri. Rispetto di se stessi e rispetto delle regole. È un atteggiamento che inizia a casa, è rafforzato a scuola, e si mantiene per tutta la vita.

(Il codice del rispetto, Andre Agassi College Preparatory Academy)

勇気を養うこと

Yūki o yashinau koto

Sii coraggioso

Ho imparato che il coraggio non è la mancanza di paura, ma la vittoria sulla paura. L’uomo coraggioso non è colui che non prova paura ma colui che riesce a controllarla

(Nelson Mandela)

伝統空手道を守り日々の鍛錬を怠らず常に研究 工 夫をすること

Dentō karate o mamori hibi no tanren o okotarazu tsuneni kenkyū kufū o suru koto

Con la tua pratica quotidiana proteggi il Karate-Do tradizionale

Più pratico, più sono fortunato.

(Gary Player, golfista sudafricano)

Le tecniche superlative dei mari del sud, questo karate!

Che peccato veder minacciata la divulgazione della sua essenza reale.

Chi raccoglierà la sfida di riportare il karate alla sua vera gloria?

Con cuore fermo, di fronte al cielo azzurro, io faccio questa solenne promessa.

(Gichin Funakoshi)

不撓不屈の精神を養うこと

Futō fukutsu no seishin o yashinau koto

Sforzati di coltivare uno spirito incorruttibile e indomabile. Non arrenderti mai.

Non arrenderti mai.

Indipendentemente da ciò che ti accade attorno, non arrenderti mai.

Coltiva il tuo cuore. Nel tuo Paese si sprecano troppe energie per sviluppare la mente piuttosto che il cuore.

Sii compassionevole, non solo con i tuoi amici, ma con tutti.

Sii compassionevole. Adoperati per raggiungere la pace nel tuo cuore e nel mondo. Impegnati per la pace.

Ancora una volta ti dico: non arrenderti mai, indipendentemente da ciò che accade o da quello che succede intorno a te.

Non arrenderti mai.

(Dalai Lama)

心身を錬磨し剛柔流空手道の真髄究めること

Shinshin o renma shi Gōjū-Ryū Karate no shinzui o kiwameru koto

Perfeziona il corpo e la mente e sforzati di raggiungere l’essenza del Goju-Ryu Karate-Do

La mente è tutt’uno con il cielo (spirito) e la terra (corpo)

(primo precetto dei Kenpo Hakku)

Il kara (mente) te (corpo) è tecnica, tutti la possono imparare, il do (spirito) è la Via, quando la tecnica diventa parte di se.

(Katsuya Yamashiro)

Nel dōjō di Morio Higaonna Sensei a Naha, i Dōjō Kun sono recitati in questo modo:

Reigi o omonzuru koto

Shinshin o renma ni agemu koto

Hibi no tanren o okotarazu Dentō karate o mamuru koto

Gōjū-Ryū Karate no shinzui o tankyu suru koto

Futō fukutsu no seishin o yashinau koto

© 2018, Roberto Ugolini

Gōjū-ryū Bujutsu

法剛柔呑吐 Hō Gōjū donto, “The way of inhaling and exhaling is hardness and softness”.

This is the third phrase of Kenpo Hakku 拳法八句 , “Eight Poems of Boxing”, contained in the manuscript document called Bubishi in Japanese, which inspired Chōjun Miyagi when, in 1930, he chose a name for his style, Gōjū-ryū.

And, in 1933, karate (tōdī) was recognized as a form of budō by the Dai Nippon Butokukai, “Society of Martial Virtues of Great-Japan”, recorded as Gōjū-ryū Karate (Tōdī)“.

This recognition was obtained also thanks to the effort of Chōjun Miyagi in demonstration of his art in front of members of the Japanese Imperial family and during the festival of martial virtues (butokusai).

Like in 1921 in front of the then Crown Prince Hirohito.

“His Highness entered the estate of Marquis Sho and granted audience to the Marquis, his family and former retainers. He then visited the old castle. In the open space before it, he was welcomed by the school children, and there he witnessed the athletic exercises of the middle schools, who exhibited the art of self protection known as karate, resembling boxing“

(Futura/Sawada (1925): The crown prince’s European tour, p. 17).

And in the year 1935 during Butokusai, the annual demonstrations organized by Butokukai. Chōjun Miyagi performed Sanchin, Sesan and yakusoku kumite, with Jitsu’ei Yogi as his partner, which remembered:

“In 1934 I became a student at the Ritsumeikan University. In the following year I acted as a partner Miyagi Chōjun Sensei during the Butokusai. At that time there was the highly respected Jūdōka of the Butokukai named Isogai Hajime (1871-1947). I was studying together with his son at the Faculty of Laws at the time. He said to me, ‘Mr. Yogi, my father has praised your teacher very much. He must be really a first-class Budōka and personality’.”

So, it is a great honor that Morio Higaonna Sensei, following the footsteps of the founder of Gōjū-ryū, demonstrate Suparinpei kata for Japanese Emperor and his majesty Empress at the new Karate-Kaikan (April 29, 2018).

Demonstration for the Emperor

And, once again, it is an honor that Morio Higaonna Sensei and Tetsuji Nakamura Sensei demonstrated their art at 41st Kobudo demonstration in Nippon Budokan of Tokyo. The IOGKF, proud member of the Nihon Kobudo Kyokai (Japan Traditional Martial Arts Association), is one of the few karate organizations that the Japanese Government recognizes as a true Japanese traditional martial arts organization.

41. Kobudo demonstrations

And this is the description of the art of Gōjū-ryū reported by the Nihon Kobudo Kyokai.

Okinawa Gōjū-ryū Bujutsu school was founded around 1930 by Chōjun Miyagi (1888–1953). It is a Bujutsu style close to Karate, which mixes hard and soft techniques, as its name states. , which means hard, refers to closed hand techniques or straight linear attacks, while , which means soft, refers to open hand techniques and circular movements.

© 2018, Roberto Ugolini

Gli “animali” nel Goju Ryu

In base al calendario cinese siamo entrati da pochi giorni nell’anno del Cane: ad Okinawa esiste una tradizione chiamata “teramai” che consiste nell’omaggiare l’animale che identifica l’anno in un tempio dove sia presente una effige dell’animale stesso. A dimostrazione della profondità del legame tra gli “animali” dello zodiaco cinese e la cultura di Okinawa (di cui il karate è parte attiva ed integrata).

Nella numerosità delle arti marziali cinesi, una presenza importante è per quelle ispirate agli animali, alle loro “armi”, alle loro strategie e tecniche di combattimento: la Boxe della Tigre, la Boxe della Gru, la Boxe del Cane, ecc.

dog boar mouse

Un chiaro esempio dell’influenza degli animali dello zodiaco cinese nel karate di Okinawa è lo stile Kojo Ryu, che presenta un set di dodici kamae (posizioni di guardia) basate sugli animali dello zodiaco e queste kamae sono poi inserite all’interno di tre kata (quattro posizioni per kata).

Kanryō Higaonna, il maestro di Chōjun Miyagi, fondatore del Gōjū Ryū, ha studiato le arti marziali del sud della Cina, nella provincia del Fujian. E’ quindi assai probabile che nel Gōjū Ryū ci siano delle forti influenze degli stili di combattimento “animali”.

“Non è difficile immaginare che il prototipo delle arti marziali sia nato dallo spirito combattivo per la sopravvivenza che l’essere umano possiede per natura. Per esempio, molti stili di combattimento cinesi sono stati creati prendendo spunto dai combattimenti degli animali o degli uccelli. Questo si evince dai nomi degli stili come lo stile della Tigre, lo stile del Leone, lo stile della Scimmia, lo stile del Cane, lo stile della Gru, ecc.”

Chōjun Miyagi, “Ryukyu Kenpo Karatedo Enkaku Gaiyo“, 28 gennaio 1936

dragon serpent horse

E questo vale non solo per il Gōjū Ryū, ma in maniera più evidente anche per altri stili di karate di Okinawa:

(stralcio dell’intervista a Sensei Morio Higaonna riportata nel libro “Okinawa Karate no Shinjitsu“, Toho Editions, seconda edizione, 2009)

Il Gōjū Ryū e lo Uechi Ryu, secondo alcuni, all’origine si ispiravano al medesimo Quan Fa cinese, o addirittura erano due tecniche di una stessa tradizione.

Higaonna: Sì, può darsi.

Tuttavia, tra i due, il Gōjū Ryū è in un certo senso quello più austero, e dal punto di vista teorico quello che appare più semplice. Lo Uechi Ryu sembra conservare più profondamente l’impronta del Quan Fa originario.

Higaonna: Esattamente. Secondo me, lo Uechi Ryu prosegue il Quan Fa così com’era. Ci sono forme sulla tigre e su altri animali, e tecniche come il Rankanken e lo Tsuruken.

Vero. Ci sono forme di animali come la tigre, il drago, l’airone e altre ancora, che appaiono così come sono. Anche nel Gōjū Ryū e nello Shorin Ryu si trovano forme come l’airone e la tigre, ma non sono evidenti come nello Uechi Ryu.

Higaonna: Sono nascoste. Come si suol dire, si nascondono gli artigli. Anticamente, si trasmettevano anche tecniche di questo genere. Ma oggigiorno, a furia di nasconderle, è successo che i kata si sono trasformati (ride amaramente). Prendiamo anche l’allenamento, per esempio quello del “mawashi uke”: all’inizio si pratica in modo ampio. Quando lo si è appreso per bene, nel combattimento reale lo si pratica in forma di tigre, facendo roteare le mani in modo più ridotto e incisivo. Come metodo di insegnamento, si dice che sia come temperare una matita. Dapprima si dà la forma con ampi tagli, e poi si smussano gli angoli rifinendo i dettagli affinché il risultato sia bello.

ox tiger hare

E’ da segnalare il tentativo di alcuni maestri / ricercatori di collegare e classificare i kata del Gōjū Ryū sulla base degli stili di combattimento del sud della Cina ispirati agli animali:

Kata Animale
Saifa Gru e/o Leone
Seiyunchin Falco
Sanseru Gru
Sepai Drago
Shisochin Mantide e/o Grillo
Sesan Gru
Kururunfa Drago
Suparinpei Gru

(tabella tratta da http://www.fightingarts.com/reading/article.php?id=623)

Così come è altrettanto interessante l’analisi tecnica comparata, come quella condotta da Sensei Victor Panasiuk, Capo Istruttore IOGKF della Repubblica di Moldova, tra lo stile della Gru Bianca ed il Gōjū Ryū.

(la serie completa delle analisi è pubblicata sulla pagina facebook della Goju Ryu Moldova)

Nel 1993, nel corso di un seminario a San Pietroburgo, Sensei Higaonna disse che uno degli stili da cui è evoluto il Gōjū Ryū era stato creato da una maestra cinese. Questa affermazione mi fece una forte impressione. Cominciai ad interessarmi all’argomento e nel 2006, appena avuta l’opportunità, andai in Cina per studiare la Boxe della Gru Bianca. Fui fortunato ad incontrare il maestro Jeng Ching Yong, 13. patriarca di una delle versioni più ortodosse dello stile. E’ lo stile che parecchi stili di Okinawa hanno come una delle basi. Le mie analisi non sono basate su legende o manoscritti, ma sulla comparazione tecnica dei kata del Gōjū Ryū e dei kata della Gru Bianca, e dell’analisi dei metodi, dei principi e delle strategie di combattimento di ambedue gli stili. Questa prima analisi è dedicata all’utilizzo dei colpi di gomito durante un combattimento. Nel Gōjū Ryūdi Okinawa una tecnica di questo tipo è presente nel kata Shisochin. Nella Boxe della Gru Bianca, nel kata 13 Guardie del Corpo. Nel kata Shisochin questa tecnica consiste di due movimenti, nel kata della Gru Bianca di 3 movimenti. Penso che questo sia dovuto al fatto che l’insegnamento del Gōjū Ryū è destinato ad una vasta platea, e quindi, con la necessità di nascondere il vero significato delle tecniche, un movimento è stato rimosso dal kata. La Boxe della Gru Bianca invece è insegnata solo all’interno di un ristretto nucleo familiare e quindi non sussiste la necessità di occultare le tecniche. Ma in combattimento l’utlizzo della tecnica è praticamente identica.

sheep monkey cock

In ogni caso, quali che siano l’origine e/o gli elementi “animali” (tecniche, strategie), il Gōjū Ryū si è evoluto in un sistema pertinente all’essere umano, per la presenza di aspetti morali, educativi e culturali.

L’aspetto “animale” può essere però anche essere utilizzato per caratterizzare la qualità e la natura dell’approccio del praticante, come splendidamente illustrato da Sogen Sakiyama Roshi, monaco Zen Rinzai nato nel 1921, in una lezione durante il IOGKF World Budosai del 1998.

Ci sono tre forme di karate: il karate di un leone, il karate di una tigre, e il karate di un cane da combattimento.

Quando il praticante di karate rimane calmo come un santo mantenendo la sua potenza all’interno, ed è capace di vincere senza combattere, noi chiamiamo il suo karate il karate di un leone.

Anche se il praticante di karate è forte, noi chiamiamo il suo karate il karate di una tigre se egli appare pieno di spirito combattivo.

Se invece, il praticante di karate è sempre ansioso di combattere, e ama il combattimento, noi chiamiamo il suo karate il karate di un cane da combattimento.

Io spero vivamente che voi sarete così saggi nella scelta del tipo di karate che volete praticare e trasmettere.

Io mi auguro vivamente che voi insegnanti e allievi vi esercitiate per fare del karate di Okinawa il karate di un leone. Questo è un punto essenziale al fine di qualificare il karate di Okinawa come arte marziale.

© 2018, Roberto Ugolini

Bakkies Sensei’s interviews (part 2) – Interviste con Sensei Bakkies (seconda parte)

This is the second part of a 3-part post regarding three interviews with Sensei Bakkies Laubscher. This interview was published in australian magazine Blitz (vol. 24, no 5, May 2010). You can find the pdf of the interview at this link (click on the image of the cover).

Blitz May 2010

Questa è la seconda parte di un post con tre interviste a Sensei Bakkies Laubscher. Questa intervista è stata pubblicata sulla rivista australiana Blitz (Vol. 24 numero 5, Maggio 2010).

PORTANDO IL KARATE NEL MONDO

Bakkies Laubscher, Maestro di Karate Gōjū Ryū

Promosso a 8° Dan nel 2004 dal grande maestro di Gōjū Ryū, Morio Higaonna, Laubscher Sensei è uno dei maestri più noti della International Okinawan Goju-Ryu Karate-Do Federation (IOGKF) e anche il suo direttore tecnico. Il sudafricano gira per il mondo tenendo seminari e arriverà a Canberra questo mese. Prima del suo arrivo in Australia, Mike Clarke ha intervistato Laubscher per scoprire che cos’è che stimola questo uomo di karate a continuare ad allenarsi così duramente, giorno dopo giorno, e a dedicare la sua vita a promuovere l’arte del Gōjū Ryū.

Mike Clarke

Conobbi Bakkies Laubscher Sensei per la prima volta nell’ottobre del 1989. Ero in California per allenarmi al dōjō di Sensei Higaonna a San Marco prima del primo IOGKF Miyagi Chōjun Festival a San Diego. Anche Laubscher Sensei era arrivato in anticipo, e durante la settimana prima del Festival ha tenuto una classe ogni mattina al dōjō di Sensei Higaonna. La cosa che mi ricordo di più delle sue lezioni è quanto era in forma – e la sua velocità. Era anche grande – veramente grande! Le sue lezioni seguivano lo stesso formato ogni mattina: tanto junbi undo, hojo undo e lavori in coppia, con pochissimi esercizi fatti a vuoto. Ho notato che con il passare della settimana veniva sempre meno gente al dōjō, e dopo ero contento di aver accettato la sfida posta ogni giorno da Sensei Laubscher, insieme all’altro Sensei che conduceva la sessione nel pomeriggio. Visto che a dirigere la sessione serale era sempre Sensei Higaonna, non si arrivava alla fine della giornata con il pensiero di potere rallentare, anzi tutto il contrario!

Nato nel 1948 nel Free State (Sud Africa), da bambino si trasferisce con la sua famiglia alla provincia del Capo, in una zona di viticultura di nome Stellenbosch. Si laurea in educazione fisica e ottiene un Higher Diploma da insegnante, insegna per 6 anni prima di iscriversi nella South African Defence Force da ufficiale responsabile per allenamenti fisici e sportivi , dove otterrà il grado di Tenente Colonnello. Da quando è andato in pensione dalla Defence Force passa la maggior parte del suo tempo a viaggiare, ad allenarsi, a insegnare.

Laubscher si interesse già da bambino al karate, iscrivendosi a lezione di Kyokushin nel 1964. Un anno dopo il suo club decide di adottare il karate Shotokan sotto gli auspici della Japan Karate Association (JKA). Nello stesso anno viene promosso a shodan dai Sensei Kase e Shirai, e vince, a 16 anni, il titolo di Cape Province Grand Champion sia nel Kata che nel Kumite. Il fatto che non si ponessero limiti di età o di peso fa capire la straordinaria bravura e la determinazione del giovane Laubscher.

ubuntu bakkies higaonna
Sensei Bakkies Laubscher, Sensei Morio Higaonna

Nel 1966, James Rousseau introduce il Gōjū Ryū in Sud Africa e Sensei Laubscher passa dallo Shotokan al Gōjū Ryū. Sensei Morio Higaonna passa tre mesi in Sud Africa nel 1972 e questo rappresenta una svolta nella vita di Sensei Laubscher. Nel 1973 si trova a Tokyo ad allenarsi con Sensei Higaonna per 5 mesi allo Yōyōgi dōjō. Da quel momento in poi torna spesso in Giappone e a Okinawa.

Sebbene Sensei Laubscher sia molto noto nella IOGKF, è poco conosciuto all’esterno di questa organizzazione. Speriamo che questa intervista possa cambiare tutto questo.

Laubscher Sensei, come tanti sud africani sei molto alto e hai una struttura fisica imponente. Secondo te, questo ti ha aiutato o impedito nell’esercitare il karate?

Esiste un vecchio detto che dice ” Più grandi sono, più grande è il tonfo che fanno quando cadono” ma ce n’è anche un altro che dice , “Più grandi sono, più forti sono i loro colpi!”

Innanzitutto, devo dire che non ho questa forza dalla nascita. Se guardi le foto di me di quando ho ricevuto il mio shodan [primo dan], ero appena 75 chili, sottile e fragile. Ho iniziato il karate quando andavo ancora a scuola in una classe di universitari (ho mentito sulla mia età!), così venivo sempre colpito da persone più grandi e più forti e capii che avevo bisogno di allenarmi il doppio e diventare molto più forte se volevo fare qualche progresso. Ma poi, quando sono diventato più forte, non ottenevo alcun vantaggio perché anche loro si facevano più forti!

Così riflettevo su quale sarebbe dovuta essere la prossima dimensione [del mio karate]. Mi ricordavo del periodo in cui facevo pugilato, che i pesi leggeri/piuma potevano affrontare facilmente sia i pesi medi che i massimi e non farsi troppo male, perché sapevano muoversi molto velocemente così da evitare i colpi. E’ ovvio però che non erano in grado di fare male ai tipi grossi. Così pensavo che se uno riuscisse a essere forte come i pesi massimi e sapesse muoversi come quelli leggeri/piuma, sarebbe ideale. A quell’epoca stavo anche studiando educazione fisica all’università, il che allargò i miei orizzonti riguardo al mio approccio scientifico all’allenamento di karate.

Sono stato molto fortunato nel mio percorso di karate perché ho avuto solo istruttori o mentori di ottima qualità durante gli anni formativi. Per lo Shotokan, abbiamo avuto il defunto Sensei Kase e Sensei Shirai a Città del Capo per sei mesi. Mi allenavo con loro almeno tre volte a settimana e ogni fine settimana. Le caratteristiche predominanti di entrambi erano la potenza e la velocità – anche se regolari/lineari, erano entrambi estremamente veloci. La prima volta che mi sono allenato con Sensei Higaonna nel 1972, mi sono detto, grande o no, anche io mi voglio muovere così veloce come lui!

Ma anche dopo essere riuscito a ottenere velocità e forza, venivo battuto giù lo stesso e, dopo molta contemplazione, compresi, in una prospettiva di arte marziale più ampia, che all’inizio hai bisogno di velocità e forza, ma poi hai bisogno di qualcos’altro che parta dall’intelligenza per formulare e adattare strategie. Inoltre, una cosa che dico sempre ai miei studenti durante i seminari è che non si è mai troppo veloci o troppo forti, e che di sicuro esiste da qualche parte qualcuno che è più grosso e più forte di te! Lavoro ancora quotidianamente per migliorare la mia forza e la mia velocità.

Esistono numerose scuole di Gōjū Ryū ormai, persino a Okinawa. Ci racconti un po’ dei principi che usi nel tuo karate?

È una domanda molto interessante. Il mio approccio è quello di un karate tradizionale o classico; in altre parole, insegnare alla gente quello che gli serve (e non quello che vogliono sapere) per sopravvivere in un ambiente civile ostile, in linea con l’intenzione originale dell’arte. Sono molto preoccupato per la “teorizzazione” del karate e del Gōjū Ryū. Mi ricordo che durante la mia prima visita a Okinawa nel 1973 c’erano molti karateka che erano in grado di eseguire Sanchin di grande forza e avevano enormi calli sulle mani, ma non erano bravi nel confrontarsi con l’altro! Ultimamente, ho notato l’impiego di movimenti sofisticati stile jujitsu e teorie di digito-pressione tra i nuovi studenti, invece che un solido allenamento standard. Per me è una cosa preoccupante – si faranno ammazzare!

Il Gōjū Ryū tradizionale prevede che prima si renda il corpo forte e veloce, dopo si possono comprendere gli altri aspetti “marziali” di strategia, go e ju, e altre applicazioni più complesse. Il mio motto è “non complicare le cose”, che implica un allenamento standard. L’allenamento standard e una buona condizione fisica non sono cose che si possono tralasciare – è questa l’essenza del Gōjū Ryū.

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Sensei Molyneaux, Flatt, Laubscher, Larsen, Terauchi

Al di là dei calci e i pugni, c’è anche una parte filosofica del karate che tu segui e insegni?

Non insegno di per sé una specifica filosofia, ma essenzialmente il motivo personale per cui seguo il karate-dō, invece di praticare qualche disciplina pugilistica, è l’aspetto del budō. Il dōjō kun (precetti del dōjō) e l’etichetta rappresentano la fondazione, e questa è la filosofia che trasmetto ai miei studenti. Non è facile – viviamo in una società moderna dove tutto è accessibile all’istante e i studenti pretendono che anche il karate sia così. Vogliono vedere subito dei risultati, invece di considerare il karate come un percorso infinito per sfidare le debolezze e imperfezioni del proprio carattere attraverso l’allenamento.

Se dovessi elencare in ordine di priorità gli aspetti più importanti del karate, cosa diresti?

  1. Junbi undo – il regime tradizionale di preparazione che consiste di tre fasi formulato da Miyagi Chōjun Sensei. Se non ce la fai a fare dieci flessioni, lascia perdere!
  2. Hojo undo e Heishugata (i kata Sanchin/Tensho). Mi sembra strano vedere un dōjō di Gōjū Ryū che non dispone di chi’shi (martelli di pietra) e altri attrezzi di hojo undo. Allenarsi con i chi’shi è assolutamente fondamentale per il Gōjū Ryū. Serve a rinforzare le articolazioni, a differenza dell’allenamento che si fa in palestra che rinforza solo i muscoli e le articolazioni in una direzione, come con la panca.
  3. Kihon. Io sostengo sempre che un nuotatore nuota, un ciclista pedala, e quindi un karateka dovrebbe fare karate – calciare, dare pugni, bloccare, muoversi: le combinazioni! Bisogna stabilire riflessi motori nella ‘memoria del corpo’ in modo che un’azione venga istintivamente, come quando si blocca un attacco inaspettato.
  4. Kata e bunkai. Le numerose ripetizioni di kihon e kata aiutano ad ottenere quello stato di ‘assenza di mente’ (mushin)che è così importante in qualsiasi regime di combattimento. Una considerazione per quanto riguarda i kata bunkai: dovrebbero essere praticabili ed efficaci in una situazione reale. Non bisogna fidarsi di movimenti ‘belli’ e ‘interessanti’ ma praticare il bunkai in modo che funzioni veramente.
  5. Kumite o sparring. Tutte le forme di sparring sono essenziali, ma il 90% dell’allenamento dovrebbe trattarsi delle routine prestabilite, come il sandan-gi, sanbon ippon, ippon kumite, nihon kumite (attacchi a due tecniche) e sanbon kumite (attacchi a tre tecniche). Allenarsi con le armi (per difendersi da un bastone per esempio) è importante – se non ci si allena specificamente per difendersi da questi elementi, non è che succederà automaticamente! Un avvertimento: non si migliorano la potenza e la velocità facendo solo sparring libero – le altre forme che ho menzionato servono apposta per migliorare la potenza e la velocità nello sparring libero.

Ci racconti i tuoi pensieri per quanto riguarda il kata bunkai?

Ho già accennato il mio modo di pensare nella ultima risposta­ – il bunkai dovrebbe essere praticabile e legato al movimento del kata. A volte abbiamo un movimento di kata come un chudan yoko uke nel kata, ma un tsuki uke nel bunkai – allora a cosa serve il yoko uke nel kata? Ma io sono così, ho un approccio molto logico. Se qualcosa ha un senso, l’accetto, ma se non ha una funzione ben chiara, non mi interessa affatto.

Le mie regole e condizioni per il bunkai sono:

  1. Il bunkai dovrebbe essere applicabile praticamente. Ad esempio, la leva al braccio seguita da un atterramento nel kata Shisochin dovrebbe essere applicabile per rispondere ad un pugno da pugile, visto che il cattivo della strada non darà mica un pugno dritto da karate!
  2. Dovrebbe essere svolto a piena velocità e con la massima potenza, altrimenti lascia perdere.

Quello che sto cercando di dire è che è inutile imparare il bunkai in un modo memorizzato, regimentato e coreografato – bisogna essere in grado di utilizzarlo in un scenario libero di tipo ippon kumite.

Un’altra cosa (forse un pò severa) sul bunkai: dipende dalla persona e da caso a caso. Non ci sono segreti che si riveleranno soltanto quando ti trovi sul letto di morte. Con l’aumento della tua conoscenza e dello zanshin (consapevolezza) e l’aprirsi della tua mente (che succederà solo se rimani uno studente invece di credere di sapere tutto) comincerai a capire il potenziale di ogni movimento.

È importante per te il jiyu kumite (combattimento libero)?

Jiyu kumite è molto importante. Ho già menzionato che è possibile avere la capacità di effettuare un Sanchin molto forte, conoscere a memoria tutti i kata e i bunkai, senza essere in grado di applicare nulla di ciò in uno scenario di sparring. Da questo punto di vista il jiyu kumite rappresenta uno strumento utilissimo per sviluppare le capacità di muoversi, attaccare e difendere e di far agire il proprio corpo non a seconda di quello che ordina il cervello ma grazie alla ‘memoria dei muscoli’. Non c’è tempo per pensare. Il corpo deve reagire! Questo è il budō.

Un avvertimento: come dicevo prima, solo il 10% dello sparring dovrebbe essere il jiyu kumite. La mia esperienza mi ha insegnato che diventa una situazione di ‘gioco’ se praticato troppo, e si perde dal punto di vista dalla tecnica, della velocità e della potenza. Per usare un esempio dal rugby, le squadre di rugby sudafricane a 15 non praticano il touch rugby nel riscaldamento proprio perché porta cattive abitudini. La stessa cosa succede quando si pratica troppo il jiyu kumite.

Che ruolo ha l’hojo undo nel tuo karate, e come leghi i vari attrezzi alle tecniche di karate?

L’hojo undo rappresenta uno dei pilastri su cui è costruito il karate Gōjū Ryū – pilastro debole, edificio debole! Non si puo fare Gōjū Ryū senza hojo undo. Quello che mi preoccupa è che non si vedono mai questi attrezzi durante i grandi seminari, dove si insegna l’essenza del sistema. Tenendo in conto che tanti dōjō sono utilizzati anche per altre attività, gli attrezzi di hojo undo più essenziali sono:

  • Chi’shi. Ognuno dovrebbe averne uno personale, da portare al dōjō quando fa la lezione.
  • Un sacco per il karate, oppure degli scudi che tengono i compagni e che possono essere trasportati dall’insegnante. Il sacco sospeso a delle catene offre di più, visto che lo si può usare come bersaglio in movimento. Non si può pretendere di dare un pugno nell’aria e pensare di sviluppare kime e la forza di atterrare qualcuno.

Gli altri attrezzi non sono indispensabili e possono essere sostituiti da attrezzatura da palestra. Un kongoken, ad esempio, costa molto e può essere sostituito da una stazione di forza. Gli ishi sashi possono essere sostituiti da manubri, ecc.

Sei già venuto in Australia diverse volte, come ti trovi qui?

L’adoro. Gli Australiani ci insegnano come si deve vivere: lavorare duramente, non procrastinare o perdersi nelle ‘piccole cose’, godersi in pieno la vita. Ed è un paese tosto dal punto di vista climatico, simile al Sud Africa: questo produce gente tosta – ottimo per il Gōjū Ryū!

Quanto viaggi in questo periodo per insegnare il karate, e ti piace girare per il mondo così?

Ho insegnato in ben 26 paesi, e questo lo considero una grande fortuna. Ci sono Presidenti e Capi di grandi paesi che non hanno viaggiato quanto me! Mi ha permesso di entrare in contatto con la gente comune di paesi che di solito non vengono visitati dai turisti, e questo ha allargato il mio punto di vista sulla vita e mi ha insegnato moltissimo. Condividere le preoccupazioni e le gioie della gente comune è un’opportunità per migliorarsi. Se non mi divertissi, non lo farei! Il divertimento o la soddisfazione viene quando vedi le facce delle persone che stai cercando di aiutare. Più si apprezza il mio lavoro, più mi viene la voglia di condividere quello che ho da offrire. Devo ammettere che scelgo con attenzione le mie destinazioni ormai – vado dove sono apprezzato.

È possibile trasmettere l’essenza del tuo karate a gruppi numerosi, o credi che i seminari servano a qualche altro scopo, o offrano qualche altro beneficio a quelli che ci vengono?

I grandi seminari sono essenziali perché danno la sensazione allo studente di appartenere a qualcosa di molto grande, e se è grande, deve essere buono! Ovviamente, è scontato che il migliore insegnamento è individuale o one-on-one, ma dal punto di vista dell’organizzazione un grande seminario dà la possibilità di incontrarsi ed esiste sempre l’opportunità di dividersi in gruppi più piccoli.

ubuntu gasshuku 2010

In questo momento (maggio 2010) stai lavorando su un evento IOGKF che radunerà molti praticanti, ci puoi anticipare qualcosa?

Ospiteremo in Sud Africa tre eventi in uno:

  1. il gasshuku IOGKF per i Capi Istruttori, aperto anche ai 5. dan in su;
  2. un gasshuku ‘Ubuntu’ aperto a tutti;
  3. una competizione IOGKF basata sul nostro particolare regolamento, dove i due partecipanti prima combattono per un minuto e poi eseguono un kata.

Il tema ‘Ubuntu’ deriva da un concetto africano sulle interazioni personali: una persona è una persona, per le sue relazioni/interazioni con le altre persone. Penso che vista l’epoca in cui viviamo, “schiavizzati” tecnologicamente dai nostri PC, Blackberry, iPod, TV, ecc, questa sia una opportunità per incontrarsi (di persona).

Se potessi in un solo attimo avere la tua vita e il tuo karate esattamente come li vuoi tu come sarebbero?

Non credo che cambierei niente – forse avrei voluto essere più aperto mentalmente da giovane. Sicuramente pochi sanno che la TV è arrivata in Sud Africa solo nel 1976, e io avevo già 26 anni, quindi fino allora l’enfasi era sempre stata più sulle attività fisiche, come lo sport. Non c’erano ovviamente tutte le informazioni che oggi si possono trovare facilmente e gratis su internet. Si possono letteralmente raggiungere centinaia di anni di esperienze di karate con un semplice click del mouse: il problema però rimane che il corpo non ha un pulsante sinistro e pulsante destro. Bisogna sempre fare l’intero ciclo di Gōjū Ryū.

Ho la netta impressione che la soddisfazione di aver finalmente capito qualcosa dopo 10 anni di duro allenamento sia molto più grande rispetto a quella che si riesce a ottenere cliccando su Youtube.