Chōjun Miyagi and Gōjū Ryū’s “news”

The exhibition room of Okinawa Karate Kaikan is currently dedicated to Chōjun Miyagi as well as the history and characteristics of Gōjū-ryū.

And we can find very interesting “news”… here the list of more relevant ones in my opinion.

1928:  a copy of an article of Kyoto Imperial University Newspaper (November 1, 1928) about a karate (tode) training session. There also two photos in the article, one of a group training session (all in morote chudan no kamae, sanchin training?), and the other of Chōjun Miyagi in neko ashi dachi / yama uke (like at the end of seiyunchin kata). I never saw these two photos before.. This article is really important because is a written document about the first trip of Chōjun Miyagi in mainland Japan. In the same period there was the meeting with Gichin Funakoshi and Yasuhiro Konishi (see photo below).

miyagifunakoshikonishiazama

1930: copies of three articles about Jin’an Shinzato performance in November 1930 during “The 10th Anniversary Festival of the Establishment of Meiji Jingu”. The event included a martial art kata exhibition and karate was performed together judo and kendo on November 3 and 4 at Tokyo Metropolitan Hibiya Public Hall. The articles was published by “Tokyo Nichinichi Shimbun” (Nov. 5, 1930), by “Okinawa Asahi Shimbun” (Nov. 11, 1930) and “Hawaii Hochi” (October 16, 1930).

1935: during the tug-of-war held in 1935, Chōjun Miyagi carried out the very important duty “Kanuchibo“, ie helding the Kanuchibo pole that joined the “female rope” with ” the “male rope”. There’s a photo in the exhibition about that matter which is more detailed and enlarged than the known one (see below), where the pole is displayed in almost the full lenght.

tugofwar

1936: of the trip of Chōjun Miyagi in Shangai, we have the commemorative plaque signed by Miyagi and others. There is also a photo displayed at the exhibition with Miyagi seated during a dinner, very similar to the one taken in 1940 at Kyoto (see below), but with a lady in front, together with men in military uniform and jacket – tie.

dinner

1940: do you remember my article about the Gōjū-ryū‘s video? You can find it at THE Goju-Ryu video

In the article I stated: “According to Okinawan Prefectural Museum, the photographer, Manshichi Sakamoto, took many pictures during the film and Chōjun Miyagi was in one of the pictures “performing shime on Kotaro Kohama at the Teacher’s College” (as reported in Morio Higaonna’s book). To have more information about the pictures, I wrote to Akiyoshi Sakamoto: he answered me that at the beginning of 2005 they gave all the plates to Japan Folk Craft Museum.

I wrote two times to Japan Folk Craft Museum to have more information about the video and the photos but, unfortunately, I hadn’t receive any answer.”

And the news is…. there the photos! Other than the sanchin shime on Kotato Kohama they displayed:

  • a smiling Chōjun Miyagi looking at the scene with other operators (you can find a portion of this photo in the brochure of the exhibition);

miyagiexhibition

  • two more photos of Chōjun Miyagi during sanchin shime;

shime

  • Chōjun Miyagi supervising the group training of seiyunchin kata;
  • a student in kuri uke during kururunfa kata;
  • a student in neko ashi dachi / tora guchi during kururunfa kata;
  • two students in kururunfa bunkai;
  • a student during tensho kata;
  • a student during tan exercise.

To conclude: a terrific exhibition with a lot of material about Chōjun Miyagi and Gōjū-ryū. My hope is that in the future will be available a catalog of the exhibition to have materials to research about…

 

© 2019, Roberto Ugolini

Kikomi and Chinkuchi Kakin

(versione in Italiano al termine di quella inglese)

“Chibana Sensei‘s kata were power-based with kime on pratically all the techniques… My interpretation of Chibana Sensei‘s explanation is that kime is the trasmitting of force from movements of the whole body by instantaneous lock-up of all the muscles and ligaments upon contact, which is impact. Although Chibana Sensei used the term kime, I realized after Chibana  Sensei explained kikomi (kime plus penetration) that all our kime techniques were kikomi. Kikomi is the locking up of the musles and ligaments after the initial contact”.

(Pat Nakata, Classical Fighting Arts, issue #56)

 

Chinkuchi Kakin: this expression is used to describe the tennsion or stabilization of the joints of the body for a firm stance, a powerful punch, or a strong block. For example, when punching or blocking, the joints of the body are momentarily locked for an instant and concentration is focused on the point of contact; the stance is made firm by locking the joints of the lower body – tha ankles, the knees, and the hips – and by gripping the floor with the feet. Thus, a rapid free-flowing movement is suddenly checked for an instant, on striking or blocking, as power is transferred or absorbed, then tension is released immediately in order to prepare for the next movement. Sanchin kata is an example of prolonged chinkuchi kakin – all the joints of the body in a state of constant tension.”

(Higaonna Morio, Traditional Karate-Do – Okinawa Goju-Ryu, Vol. 2)

 

 

(versione in Italiano)

“I kata di Sensei Chibana erano basati sulla potenza, con kime su quasi tutte le tecniche.. La mia interpretazione della spiegazione di Sensei Chibana è che il kime è la trasmissione della forza proveniente dai movimenti di tutto il corpo combinata con la ‘chiusura’ instantanea dei muscoli e dei legamenti nel momento del contatto, all’impatto. Sebbene Sensei Chibana utilizzasse il termine kime, ho compreso, dopo la spiegazione di Sensei Chibana sul kikomi (kime e penetrazione), che tutte le nostre tecniche con kime erano con kikomi. Kikomi è la chiusura dei muscoli e dei legamenti nel momento del contatto iniziale.”

(Pat Nakata, Classical Fighting Arts, issue #56)

 

 

Chinkuchi Kakin: questa espressione è utilizzata per descrivere la tensione o la stabilizzazione delle articolazioni del corpo per una posizione stabile, un pugno potente o una forte parata. Per esempio, colpiamo o blocchiamo, le articolazioni del corpo sono “chiuse” per un istante e la concentrazione è focalizzata sul punto del contatto; la posizione è resa stabile “chiudendo” le articolazione della parte inferiore del corpo – le caviglie, le ginocchia e le anche – ed afferrando il pavimento con i piedi. In questo modo, un movimento fluido e rapido è improvvisamente controllato per un istante, nel colpire o nel bloccare, con la potenza trasferita o assorbita, poi la tensione è rilasciata immediatamente per preparare il movimento successivo. Il kata Sanchin è un esempio di chinkuchi kakin prolungato – tutte le articolazioni del corpo in stato di costante tensione.”

(Higaonna Morio, Traditional Karate-Do – Okinawa Goju-Ryu, Vol. 2)

 

© 2019, Roberto Ugolini

 

Bunkai non significa applicazione!

Bunkai non significa applicazione!

bunkai kanji

Bun significa “parte, porzione, quota”.

Kai (pronuncia on, cinese) significa “risolvere, capire, spiegare”.

Bunkai significa quindi “analisi, decomposizione, de assemblare”.

kata bunkai setsumei

Il maestro Chōjun Miyagi non sembra mai aver utilizzato nei suoi scritti il termine bunkai, ma il suo amico e compagno di pratica Kenwa Mabuni utilizza questo termine nel suo libro del 1934 “Kōbō Jizai Goshin jutsu Karate Kenpō”, “kata bunkai setsumei” (analisi e spiegazione), riportando anche disegni e spiegazioni per il kata seiyunchin.

Ricordiamo che, nello stesso libro, Mabuni appella Chōjun Miyagi come “mio senior” e lo stile da lui (Mabuni) praticato ed insegnato “Gōjū-ryū Kenpō”, per evidenziare la familiarità e la vicinanza tra i due grandi maestri.

Nel suo scritto “Ryukyu Kenpo Karatedo Enkaku Gaiyo”, preparato in occasione di una dimostrazione e di una conferenza ad Osaka del 28 gennaio 1936, Chōjun Miyagi scrive:

“Nella pratica del kumite, disveliamo i kaishu kata che abbiamo già imparato e studiamo le tecniche di attacco e di difesa in essi contenuti. Avendo compreso il loro scopo tecnico, pratichiamo le tecniche di attacco e difesa (攻防の術 kōbō no jutsu) con uno spirito combattivo come in una situazione reale”.

I caratteri utilizzati per il verbo “disvelare” sono “解き放ち”, “Toki (pronuncia kun) hanachi“.

Toki”, i primi due caratteri, viene da toku, che significa capire, districare; “Hanachi”, il terzo ed il quarto carattere, viene da hanatsu, emettere o rilasciare. “Tokihanatsu” è un verbo composto che significa svolgere, far comprendere, disvelare.

Toki” contiene quindi lo stesso kanji di “bunkai”, pronunciato in maniera diversa.

Ecco allora che quanto scritto da Chōjun Miyagi può essere inteso come una guida all’interpretazione del significato di bunkai.
“Avendo compreso lo scopo tecnico dei kaishu kata ci fornisce l’indicazione di studiare a fondo, “analizzare”, i kaishu kata, senza modificarli, per evitare la perdita di conoscenze e per carpire le indicazioni sulle qualità fondamentali necessarie nel combattimento, anche in una logica evolutiva.
“pratichiamo le tecniche di attacco e difesa” è, all’apparenza, una affermazione banale, è ovvio che pratichiamo tecniche di attacco e difesa… ma il mio suggerimento è quello di interpretare l’affermazione nel senso di cercare e ricercare gli “opposti”, tecniche “dure” e “morbide”, su bersagli a differenti altezze, con posizioni che si alternano, in accordo al contesto che cambia continuamente, sia in riferimento al luogo che alla persona che ci troviamo ad affrontare.
“spirito combattivo”, aspetto fondamentale che permette di superare la normale attitudine a ‘comportarsi bene con gli altri’… non intendo essere cattivi, ma decisi, consapevoli, sinceri, sicuri delle proprie forze e delle proprie debolezze, con un atteggiamento che permette la crescita delle qualità non solo tecniche, nostre e del nostro compagno di pratica.
“situazione reale”, forse l’aspetto più difficile da riprodurre nella pratica, anche se a mio avviso non deve necessariamente trasformarsi nel praticare vestiti senza karategi o con le scarpe (che alle volte è anche opportuno fare). La mia interpretazione, associata allo spirito combattivo, è che dobbiamo farci aiutare dal kata e capire cosa ci suggerisce al di la dell’apparenza, bersagli da colpire, spostamenti, ecc. La frase dell’architetto Louis Sullivan, “la forma segue la funzione”, dovrebbe farci riflettere, aiutandoci ad evitare che sia la funzione a seguire la forma…

© 2018, Roberto Ugolini

Heishu-gata and Kaishu-gata

(Extract from ‘Miscellaneous Thoughts on Karate: Ho Goju Donto’, by Miyagi Chojun, in ‘The Essence of Naha-te’, translated and compiled by Joe Swift)

I think that the relationship between Heishu and Kaishu in Karate-do is the same as relationship between the block script and the cursive script in Chinese calligraphy. Heishu represents the block script, whereas Kaishu is the cursive style. The block script can be described as quiet and calm, while the cursive script is active and dynamic. Therefore, it is obvious which one represents the fundamental techniques of writing. It also clear that we should proceed from the fundamental in an incremental manner.

The cultural development and the promotion of karate: Chōjun Miyagi’s contribution – L’evoluzione culturale e la promozione del karate: il contributo di Chōjun Miyagi

(Versione in italiano al termine di quella in inglese)

Karate is now internationally spread and recognized, but in the twenties of the last century it was spread only in Okinawa and it was not still recognized from the Japanese Authorities. In this article we want to point out the contribution of Chōjun Miyagi, founder of the style Goju-Ryu, in the cultural development and the promotion of karate. Miyagi realized that karate had to evolve in cultural quality, in order to be at the same level of Budo and to be spread in Japan and in the world. To reach this goal, Chōjun Miyagi wrote some manuscripts and articles, and participated in the standardization process of the terminology and of training, including the kata creation for the teaching in the schools.

photo 1 naha city museum history
Chōjun Miyagi (1888-1953), from Naha City Museum of History Archive

The “martial life” of Chōjun Miyagi can be divided in five periods:

  • the practice with Kanryo Higaonna (1902 – 1915)
  • the research and the diffusion of karate in Okinawa (1916 – 1926)

In this period Chōjun Miyagi completed the Naha-te of Kanryo Higaonna and contributed to the public diffusion in Okinawa, teaching in some public structures (schools, police), carrying out numerous demonstrations, founding karate research clubs.

  • the official acknowledgment of karate (1927 – 1933)

In this period Chōjun Miyagi was instrumental for the acknowledgment of karate in the official structures of Okinawa (the Athletic Association of Okinawan Prefecture, introduction in the scholastic curriculum) and Japanese (creation of the Okinawan branch office of Dai Nippon Butokukai, with karate as recognized martial art).

  • the promotion of karate (1934 – 1942)

Through the teaching, especially in Japan, but also through some writings, and contributing in the standardization process of the terminology and of training, including the kata creation for the teaching in the schools.

  • the transmission of the Goju-Ryu Karate-Do (1947 – 1953)

(versione in italiano)

Il Karate è oggi diffuso e riconosciuto in campo internazionale, ma negli anni venti del secolo scorso era diffuso solamente ad Okinawa e non era ancora riconosciuto dalle autorità giapponesi. In questo articolo vogliamo evidenziare alcuni aspetti legati alla promozione del karate da parte di Chōjun Miyagi, fondatore dello stile Goju-Ryu. Miyagi, oltre a continuare gli insegnamenti ad Okinawa e nelle isole principali del Giappone, comprese che se il karate voleva essere degno al rango del Budo e essere diffuso in Giappone ed internazionalmente doveva evolvere in qualità culturale. Allo scopo Chōjun Miyagi scrisse alcuni manoscritti e articoli, inoltre partecipò ai tentativi di standardizzazione riguardanti le terminologie e pratiche di allenamento, compresa la creazione di kata per l’insegnamento nelle scuole.

photo 1 naha city museum history
Chōjun Miyagi (1888-1953), dall’archivio del Museo di Stora della città di Naha

La “vita marziale” di Chōjun Miyagi può essere suddivisa in cinque periodi [1]:

  • la pratica con Kanryo Higaonna (1902 – 1915)
  • la ricerca e la diffusione del karate ad Okinawa (1916 – 1926)

In questo periodo Chōjun Miyagi sistematizzò e completò il Naha-te di Kanryo Higaonna e contribuì alla diffusione pubblica del karate ad Okinawa, insegnando presso alcune strutture pubbliche (scuole, polizia), effettuando numerose dimostrazioni, fondando club di ricerca.

  • il riconoscimento ufficiale del karate (1927 – 1933)

In questo periodo Chōjun Miyagi fu parte attiva nel processo che portò al riconoscimento del karate nelle strutture ufficiali di Okinawa (Associazione Atletica della Prefettura di Okinawa, inserimento nel curriculum scolastico) e giapponesi (creazione della filiale di Okinawa del Dai Nippon Butokukai [2], con l’inserimento del karate come arte marziale riconosciuta).

  • la promozione del karate (1934 – 1942)

L’opera di promozione fu portata avanti attraverso gli insegnamenti, sia in Giappone sia all’estero, ma anche attraverso alcuni scritti e tentativi di standardizzazione di terminologie e pratiche di allenamento.

  • la trasmissione del Goju-Ryu Karate-Do (1947 – 1953)

[1] La suddivisione è, ovviamente, opera dell’autore, tenendo conto delle attività di Chōjun Miyagi e cercando di raggrupparle secondo un percorso di formazione tecnica e marziale.

[2] L’organizzazione ufficiale che raggruppava tutte le discipline del budo, fondata nel 1895 e sciolta dopo la seconda guerra mondiale.

© 2018, Roberto Ugolini

Gli “animali” nel Goju Ryu

In base al calendario cinese siamo entrati da pochi giorni nell’anno del Cane: ad Okinawa esiste una tradizione chiamata “teramai” che consiste nell’omaggiare l’animale che identifica l’anno in un tempio dove sia presente una effige dell’animale stesso. A dimostrazione della profondità del legame tra gli “animali” dello zodiaco cinese e la cultura di Okinawa (di cui il karate è parte attiva ed integrata).

Nella numerosità delle arti marziali cinesi, una presenza importante è per quelle ispirate agli animali, alle loro “armi”, alle loro strategie e tecniche di combattimento: la Boxe della Tigre, la Boxe della Gru, la Boxe del Cane, ecc.

dog boar mouse

Un chiaro esempio dell’influenza degli animali dello zodiaco cinese nel karate di Okinawa è lo stile Kojo Ryu, che presenta un set di dodici kamae (posizioni di guardia) basate sugli animali dello zodiaco e queste kamae sono poi inserite all’interno di tre kata (quattro posizioni per kata).

Kanryō Higaonna, il maestro di Chōjun Miyagi, fondatore del Gōjū Ryū, ha studiato le arti marziali del sud della Cina, nella provincia del Fujian. E’ quindi assai probabile che nel Gōjū Ryū ci siano delle forti influenze degli stili di combattimento “animali”.

“Non è difficile immaginare che il prototipo delle arti marziali sia nato dallo spirito combattivo per la sopravvivenza che l’essere umano possiede per natura. Per esempio, molti stili di combattimento cinesi sono stati creati prendendo spunto dai combattimenti degli animali o degli uccelli. Questo si evince dai nomi degli stili come lo stile della Tigre, lo stile del Leone, lo stile della Scimmia, lo stile del Cane, lo stile della Gru, ecc.”

Chōjun Miyagi, “Ryukyu Kenpo Karatedo Enkaku Gaiyo“, 28 gennaio 1936

dragon serpent horse

E questo vale non solo per il Gōjū Ryū, ma in maniera più evidente anche per altri stili di karate di Okinawa:

(stralcio dell’intervista a Sensei Morio Higaonna riportata nel libro “Okinawa Karate no Shinjitsu“, Toho Editions, seconda edizione, 2009)

Il Gōjū Ryū e lo Uechi Ryu, secondo alcuni, all’origine si ispiravano al medesimo Quan Fa cinese, o addirittura erano due tecniche di una stessa tradizione.

Higaonna: Sì, può darsi.

Tuttavia, tra i due, il Gōjū Ryū è in un certo senso quello più austero, e dal punto di vista teorico quello che appare più semplice. Lo Uechi Ryu sembra conservare più profondamente l’impronta del Quan Fa originario.

Higaonna: Esattamente. Secondo me, lo Uechi Ryu prosegue il Quan Fa così com’era. Ci sono forme sulla tigre e su altri animali, e tecniche come il Rankanken e lo Tsuruken.

Vero. Ci sono forme di animali come la tigre, il drago, l’airone e altre ancora, che appaiono così come sono. Anche nel Gōjū Ryū e nello Shorin Ryu si trovano forme come l’airone e la tigre, ma non sono evidenti come nello Uechi Ryu.

Higaonna: Sono nascoste. Come si suol dire, si nascondono gli artigli. Anticamente, si trasmettevano anche tecniche di questo genere. Ma oggigiorno, a furia di nasconderle, è successo che i kata si sono trasformati (ride amaramente). Prendiamo anche l’allenamento, per esempio quello del “mawashi uke”: all’inizio si pratica in modo ampio. Quando lo si è appreso per bene, nel combattimento reale lo si pratica in forma di tigre, facendo roteare le mani in modo più ridotto e incisivo. Come metodo di insegnamento, si dice che sia come temperare una matita. Dapprima si dà la forma con ampi tagli, e poi si smussano gli angoli rifinendo i dettagli affinché il risultato sia bello.

ox tiger hare

E’ da segnalare il tentativo di alcuni maestri / ricercatori di collegare e classificare i kata del Gōjū Ryū sulla base degli stili di combattimento del sud della Cina ispirati agli animali:

Kata Animale
Saifa Gru e/o Leone
Seiyunchin Falco
Sanseru Gru
Sepai Drago
Shisochin Mantide e/o Grillo
Sesan Gru
Kururunfa Drago
Suparinpei Gru

(tabella tratta da http://www.fightingarts.com/reading/article.php?id=623)

Così come è altrettanto interessante l’analisi tecnica comparata, come quella condotta da Sensei Victor Panasiuk, Capo Istruttore IOGKF della Repubblica di Moldova, tra lo stile della Gru Bianca ed il Gōjū Ryū.

(la serie completa delle analisi è pubblicata sulla pagina facebook della Goju Ryu Moldova)

Nel 1993, nel corso di un seminario a San Pietroburgo, Sensei Higaonna disse che uno degli stili da cui è evoluto il Gōjū Ryū era stato creato da una maestra cinese. Questa affermazione mi fece una forte impressione. Cominciai ad interessarmi all’argomento e nel 2006, appena avuta l’opportunità, andai in Cina per studiare la Boxe della Gru Bianca. Fui fortunato ad incontrare il maestro Jeng Ching Yong, 13. patriarca di una delle versioni più ortodosse dello stile. E’ lo stile che parecchi stili di Okinawa hanno come una delle basi. Le mie analisi non sono basate su legende o manoscritti, ma sulla comparazione tecnica dei kata del Gōjū Ryū e dei kata della Gru Bianca, e dell’analisi dei metodi, dei principi e delle strategie di combattimento di ambedue gli stili. Questa prima analisi è dedicata all’utilizzo dei colpi di gomito durante un combattimento. Nel Gōjū Ryūdi Okinawa una tecnica di questo tipo è presente nel kata Shisochin. Nella Boxe della Gru Bianca, nel kata 13 Guardie del Corpo. Nel kata Shisochin questa tecnica consiste di due movimenti, nel kata della Gru Bianca di 3 movimenti. Penso che questo sia dovuto al fatto che l’insegnamento del Gōjū Ryū è destinato ad una vasta platea, e quindi, con la necessità di nascondere il vero significato delle tecniche, un movimento è stato rimosso dal kata. La Boxe della Gru Bianca invece è insegnata solo all’interno di un ristretto nucleo familiare e quindi non sussiste la necessità di occultare le tecniche. Ma in combattimento l’utlizzo della tecnica è praticamente identica.

sheep monkey cock

In ogni caso, quali che siano l’origine e/o gli elementi “animali” (tecniche, strategie), il Gōjū Ryū si è evoluto in un sistema pertinente all’essere umano, per la presenza di aspetti morali, educativi e culturali.

L’aspetto “animale” può essere però anche essere utilizzato per caratterizzare la qualità e la natura dell’approccio del praticante, come splendidamente illustrato da Sogen Sakiyama Roshi, monaco Zen Rinzai nato nel 1921, in una lezione durante il IOGKF World Budosai del 1998.

Ci sono tre forme di karate: il karate di un leone, il karate di una tigre, e il karate di un cane da combattimento.

Quando il praticante di karate rimane calmo come un santo mantenendo la sua potenza all’interno, ed è capace di vincere senza combattere, noi chiamiamo il suo karate il karate di un leone.

Anche se il praticante di karate è forte, noi chiamiamo il suo karate il karate di una tigre se egli appare pieno di spirito combattivo.

Se invece, il praticante di karate è sempre ansioso di combattere, e ama il combattimento, noi chiamiamo il suo karate il karate di un cane da combattimento.

Io spero vivamente che voi sarete così saggi nella scelta del tipo di karate che volete praticare e trasmettere.

Io mi auguro vivamente che voi insegnanti e allievi vi esercitiate per fare del karate di Okinawa il karate di un leone. Questo è un punto essenziale al fine di qualificare il karate di Okinawa come arte marziale.

© 2018, Roberto Ugolini

Bakkies Sensei’s interviews (part 2) – Interviste con Sensei Bakkies (seconda parte)

This is the second part of a 3-part post regarding three interviews with Sensei Bakkies Laubscher. This interview was published in australian magazine Blitz (vol. 24, no 5, May 2010). You can find the pdf of the interview at this link (click on the image of the cover).

Blitz May 2010

Questa è la seconda parte di un post con tre interviste a Sensei Bakkies Laubscher. Questa intervista è stata pubblicata sulla rivista australiana Blitz (Vol. 24 numero 5, Maggio 2010).

PORTANDO IL KARATE NEL MONDO

Bakkies Laubscher, Maestro di Karate Gōjū Ryū

Promosso a 8° Dan nel 2004 dal grande maestro di Gōjū Ryū, Morio Higaonna, Laubscher Sensei è uno dei maestri più noti della International Okinawan Goju-Ryu Karate-Do Federation (IOGKF) e anche il suo direttore tecnico. Il sudafricano gira per il mondo tenendo seminari e arriverà a Canberra questo mese. Prima del suo arrivo in Australia, Mike Clarke ha intervistato Laubscher per scoprire che cos’è che stimola questo uomo di karate a continuare ad allenarsi così duramente, giorno dopo giorno, e a dedicare la sua vita a promuovere l’arte del Gōjū Ryū.

Mike Clarke

Conobbi Bakkies Laubscher Sensei per la prima volta nell’ottobre del 1989. Ero in California per allenarmi al dōjō di Sensei Higaonna a San Marco prima del primo IOGKF Miyagi Chōjun Festival a San Diego. Anche Laubscher Sensei era arrivato in anticipo, e durante la settimana prima del Festival ha tenuto una classe ogni mattina al dōjō di Sensei Higaonna. La cosa che mi ricordo di più delle sue lezioni è quanto era in forma – e la sua velocità. Era anche grande – veramente grande! Le sue lezioni seguivano lo stesso formato ogni mattina: tanto junbi undo, hojo undo e lavori in coppia, con pochissimi esercizi fatti a vuoto. Ho notato che con il passare della settimana veniva sempre meno gente al dōjō, e dopo ero contento di aver accettato la sfida posta ogni giorno da Sensei Laubscher, insieme all’altro Sensei che conduceva la sessione nel pomeriggio. Visto che a dirigere la sessione serale era sempre Sensei Higaonna, non si arrivava alla fine della giornata con il pensiero di potere rallentare, anzi tutto il contrario!

Nato nel 1948 nel Free State (Sud Africa), da bambino si trasferisce con la sua famiglia alla provincia del Capo, in una zona di viticultura di nome Stellenbosch. Si laurea in educazione fisica e ottiene un Higher Diploma da insegnante, insegna per 6 anni prima di iscriversi nella South African Defence Force da ufficiale responsabile per allenamenti fisici e sportivi , dove otterrà il grado di Tenente Colonnello. Da quando è andato in pensione dalla Defence Force passa la maggior parte del suo tempo a viaggiare, ad allenarsi, a insegnare.

Laubscher si interesse già da bambino al karate, iscrivendosi a lezione di Kyokushin nel 1964. Un anno dopo il suo club decide di adottare il karate Shotokan sotto gli auspici della Japan Karate Association (JKA). Nello stesso anno viene promosso a shodan dai Sensei Kase e Shirai, e vince, a 16 anni, il titolo di Cape Province Grand Champion sia nel Kata che nel Kumite. Il fatto che non si ponessero limiti di età o di peso fa capire la straordinaria bravura e la determinazione del giovane Laubscher.

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Sensei Bakkies Laubscher, Sensei Morio Higaonna

Nel 1966, James Rousseau introduce il Gōjū Ryū in Sud Africa e Sensei Laubscher passa dallo Shotokan al Gōjū Ryū. Sensei Morio Higaonna passa tre mesi in Sud Africa nel 1972 e questo rappresenta una svolta nella vita di Sensei Laubscher. Nel 1973 si trova a Tokyo ad allenarsi con Sensei Higaonna per 5 mesi allo Yōyōgi dōjō. Da quel momento in poi torna spesso in Giappone e a Okinawa.

Sebbene Sensei Laubscher sia molto noto nella IOGKF, è poco conosciuto all’esterno di questa organizzazione. Speriamo che questa intervista possa cambiare tutto questo.

Laubscher Sensei, come tanti sud africani sei molto alto e hai una struttura fisica imponente. Secondo te, questo ti ha aiutato o impedito nell’esercitare il karate?

Esiste un vecchio detto che dice ” Più grandi sono, più grande è il tonfo che fanno quando cadono” ma ce n’è anche un altro che dice , “Più grandi sono, più forti sono i loro colpi!”

Innanzitutto, devo dire che non ho questa forza dalla nascita. Se guardi le foto di me di quando ho ricevuto il mio shodan [primo dan], ero appena 75 chili, sottile e fragile. Ho iniziato il karate quando andavo ancora a scuola in una classe di universitari (ho mentito sulla mia età!), così venivo sempre colpito da persone più grandi e più forti e capii che avevo bisogno di allenarmi il doppio e diventare molto più forte se volevo fare qualche progresso. Ma poi, quando sono diventato più forte, non ottenevo alcun vantaggio perché anche loro si facevano più forti!

Così riflettevo su quale sarebbe dovuta essere la prossima dimensione [del mio karate]. Mi ricordavo del periodo in cui facevo pugilato, che i pesi leggeri/piuma potevano affrontare facilmente sia i pesi medi che i massimi e non farsi troppo male, perché sapevano muoversi molto velocemente così da evitare i colpi. E’ ovvio però che non erano in grado di fare male ai tipi grossi. Così pensavo che se uno riuscisse a essere forte come i pesi massimi e sapesse muoversi come quelli leggeri/piuma, sarebbe ideale. A quell’epoca stavo anche studiando educazione fisica all’università, il che allargò i miei orizzonti riguardo al mio approccio scientifico all’allenamento di karate.

Sono stato molto fortunato nel mio percorso di karate perché ho avuto solo istruttori o mentori di ottima qualità durante gli anni formativi. Per lo Shotokan, abbiamo avuto il defunto Sensei Kase e Sensei Shirai a Città del Capo per sei mesi. Mi allenavo con loro almeno tre volte a settimana e ogni fine settimana. Le caratteristiche predominanti di entrambi erano la potenza e la velocità – anche se regolari/lineari, erano entrambi estremamente veloci. La prima volta che mi sono allenato con Sensei Higaonna nel 1972, mi sono detto, grande o no, anche io mi voglio muovere così veloce come lui!

Ma anche dopo essere riuscito a ottenere velocità e forza, venivo battuto giù lo stesso e, dopo molta contemplazione, compresi, in una prospettiva di arte marziale più ampia, che all’inizio hai bisogno di velocità e forza, ma poi hai bisogno di qualcos’altro che parta dall’intelligenza per formulare e adattare strategie. Inoltre, una cosa che dico sempre ai miei studenti durante i seminari è che non si è mai troppo veloci o troppo forti, e che di sicuro esiste da qualche parte qualcuno che è più grosso e più forte di te! Lavoro ancora quotidianamente per migliorare la mia forza e la mia velocità.

Esistono numerose scuole di Gōjū Ryū ormai, persino a Okinawa. Ci racconti un po’ dei principi che usi nel tuo karate?

È una domanda molto interessante. Il mio approccio è quello di un karate tradizionale o classico; in altre parole, insegnare alla gente quello che gli serve (e non quello che vogliono sapere) per sopravvivere in un ambiente civile ostile, in linea con l’intenzione originale dell’arte. Sono molto preoccupato per la “teorizzazione” del karate e del Gōjū Ryū. Mi ricordo che durante la mia prima visita a Okinawa nel 1973 c’erano molti karateka che erano in grado di eseguire Sanchin di grande forza e avevano enormi calli sulle mani, ma non erano bravi nel confrontarsi con l’altro! Ultimamente, ho notato l’impiego di movimenti sofisticati stile jujitsu e teorie di digito-pressione tra i nuovi studenti, invece che un solido allenamento standard. Per me è una cosa preoccupante – si faranno ammazzare!

Il Gōjū Ryū tradizionale prevede che prima si renda il corpo forte e veloce, dopo si possono comprendere gli altri aspetti “marziali” di strategia, go e ju, e altre applicazioni più complesse. Il mio motto è “non complicare le cose”, che implica un allenamento standard. L’allenamento standard e una buona condizione fisica non sono cose che si possono tralasciare – è questa l’essenza del Gōjū Ryū.

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Sensei Molyneaux, Flatt, Laubscher, Larsen, Terauchi

Al di là dei calci e i pugni, c’è anche una parte filosofica del karate che tu segui e insegni?

Non insegno di per sé una specifica filosofia, ma essenzialmente il motivo personale per cui seguo il karate-dō, invece di praticare qualche disciplina pugilistica, è l’aspetto del budō. Il dōjō kun (precetti del dōjō) e l’etichetta rappresentano la fondazione, e questa è la filosofia che trasmetto ai miei studenti. Non è facile – viviamo in una società moderna dove tutto è accessibile all’istante e i studenti pretendono che anche il karate sia così. Vogliono vedere subito dei risultati, invece di considerare il karate come un percorso infinito per sfidare le debolezze e imperfezioni del proprio carattere attraverso l’allenamento.

Se dovessi elencare in ordine di priorità gli aspetti più importanti del karate, cosa diresti?

  1. Junbi undo – il regime tradizionale di preparazione che consiste di tre fasi formulato da Miyagi Chōjun Sensei. Se non ce la fai a fare dieci flessioni, lascia perdere!
  2. Hojo undo e Heishugata (i kata Sanchin/Tensho). Mi sembra strano vedere un dōjō di Gōjū Ryū che non dispone di chi’shi (martelli di pietra) e altri attrezzi di hojo undo. Allenarsi con i chi’shi è assolutamente fondamentale per il Gōjū Ryū. Serve a rinforzare le articolazioni, a differenza dell’allenamento che si fa in palestra che rinforza solo i muscoli e le articolazioni in una direzione, come con la panca.
  3. Kihon. Io sostengo sempre che un nuotatore nuota, un ciclista pedala, e quindi un karateka dovrebbe fare karate – calciare, dare pugni, bloccare, muoversi: le combinazioni! Bisogna stabilire riflessi motori nella ‘memoria del corpo’ in modo che un’azione venga istintivamente, come quando si blocca un attacco inaspettato.
  4. Kata e bunkai. Le numerose ripetizioni di kihon e kata aiutano ad ottenere quello stato di ‘assenza di mente’ (mushin)che è così importante in qualsiasi regime di combattimento. Una considerazione per quanto riguarda i kata bunkai: dovrebbero essere praticabili ed efficaci in una situazione reale. Non bisogna fidarsi di movimenti ‘belli’ e ‘interessanti’ ma praticare il bunkai in modo che funzioni veramente.
  5. Kumite o sparring. Tutte le forme di sparring sono essenziali, ma il 90% dell’allenamento dovrebbe trattarsi delle routine prestabilite, come il sandan-gi, sanbon ippon, ippon kumite, nihon kumite (attacchi a due tecniche) e sanbon kumite (attacchi a tre tecniche). Allenarsi con le armi (per difendersi da un bastone per esempio) è importante – se non ci si allena specificamente per difendersi da questi elementi, non è che succederà automaticamente! Un avvertimento: non si migliorano la potenza e la velocità facendo solo sparring libero – le altre forme che ho menzionato servono apposta per migliorare la potenza e la velocità nello sparring libero.

Ci racconti i tuoi pensieri per quanto riguarda il kata bunkai?

Ho già accennato il mio modo di pensare nella ultima risposta­ – il bunkai dovrebbe essere praticabile e legato al movimento del kata. A volte abbiamo un movimento di kata come un chudan yoko uke nel kata, ma un tsuki uke nel bunkai – allora a cosa serve il yoko uke nel kata? Ma io sono così, ho un approccio molto logico. Se qualcosa ha un senso, l’accetto, ma se non ha una funzione ben chiara, non mi interessa affatto.

Le mie regole e condizioni per il bunkai sono:

  1. Il bunkai dovrebbe essere applicabile praticamente. Ad esempio, la leva al braccio seguita da un atterramento nel kata Shisochin dovrebbe essere applicabile per rispondere ad un pugno da pugile, visto che il cattivo della strada non darà mica un pugno dritto da karate!
  2. Dovrebbe essere svolto a piena velocità e con la massima potenza, altrimenti lascia perdere.

Quello che sto cercando di dire è che è inutile imparare il bunkai in un modo memorizzato, regimentato e coreografato – bisogna essere in grado di utilizzarlo in un scenario libero di tipo ippon kumite.

Un’altra cosa (forse un pò severa) sul bunkai: dipende dalla persona e da caso a caso. Non ci sono segreti che si riveleranno soltanto quando ti trovi sul letto di morte. Con l’aumento della tua conoscenza e dello zanshin (consapevolezza) e l’aprirsi della tua mente (che succederà solo se rimani uno studente invece di credere di sapere tutto) comincerai a capire il potenziale di ogni movimento.

È importante per te il jiyu kumite (combattimento libero)?

Jiyu kumite è molto importante. Ho già menzionato che è possibile avere la capacità di effettuare un Sanchin molto forte, conoscere a memoria tutti i kata e i bunkai, senza essere in grado di applicare nulla di ciò in uno scenario di sparring. Da questo punto di vista il jiyu kumite rappresenta uno strumento utilissimo per sviluppare le capacità di muoversi, attaccare e difendere e di far agire il proprio corpo non a seconda di quello che ordina il cervello ma grazie alla ‘memoria dei muscoli’. Non c’è tempo per pensare. Il corpo deve reagire! Questo è il budō.

Un avvertimento: come dicevo prima, solo il 10% dello sparring dovrebbe essere il jiyu kumite. La mia esperienza mi ha insegnato che diventa una situazione di ‘gioco’ se praticato troppo, e si perde dal punto di vista dalla tecnica, della velocità e della potenza. Per usare un esempio dal rugby, le squadre di rugby sudafricane a 15 non praticano il touch rugby nel riscaldamento proprio perché porta cattive abitudini. La stessa cosa succede quando si pratica troppo il jiyu kumite.

Che ruolo ha l’hojo undo nel tuo karate, e come leghi i vari attrezzi alle tecniche di karate?

L’hojo undo rappresenta uno dei pilastri su cui è costruito il karate Gōjū Ryū – pilastro debole, edificio debole! Non si puo fare Gōjū Ryū senza hojo undo. Quello che mi preoccupa è che non si vedono mai questi attrezzi durante i grandi seminari, dove si insegna l’essenza del sistema. Tenendo in conto che tanti dōjō sono utilizzati anche per altre attività, gli attrezzi di hojo undo più essenziali sono:

  • Chi’shi. Ognuno dovrebbe averne uno personale, da portare al dōjō quando fa la lezione.
  • Un sacco per il karate, oppure degli scudi che tengono i compagni e che possono essere trasportati dall’insegnante. Il sacco sospeso a delle catene offre di più, visto che lo si può usare come bersaglio in movimento. Non si può pretendere di dare un pugno nell’aria e pensare di sviluppare kime e la forza di atterrare qualcuno.

Gli altri attrezzi non sono indispensabili e possono essere sostituiti da attrezzatura da palestra. Un kongoken, ad esempio, costa molto e può essere sostituito da una stazione di forza. Gli ishi sashi possono essere sostituiti da manubri, ecc.

Sei già venuto in Australia diverse volte, come ti trovi qui?

L’adoro. Gli Australiani ci insegnano come si deve vivere: lavorare duramente, non procrastinare o perdersi nelle ‘piccole cose’, godersi in pieno la vita. Ed è un paese tosto dal punto di vista climatico, simile al Sud Africa: questo produce gente tosta – ottimo per il Gōjū Ryū!

Quanto viaggi in questo periodo per insegnare il karate, e ti piace girare per il mondo così?

Ho insegnato in ben 26 paesi, e questo lo considero una grande fortuna. Ci sono Presidenti e Capi di grandi paesi che non hanno viaggiato quanto me! Mi ha permesso di entrare in contatto con la gente comune di paesi che di solito non vengono visitati dai turisti, e questo ha allargato il mio punto di vista sulla vita e mi ha insegnato moltissimo. Condividere le preoccupazioni e le gioie della gente comune è un’opportunità per migliorarsi. Se non mi divertissi, non lo farei! Il divertimento o la soddisfazione viene quando vedi le facce delle persone che stai cercando di aiutare. Più si apprezza il mio lavoro, più mi viene la voglia di condividere quello che ho da offrire. Devo ammettere che scelgo con attenzione le mie destinazioni ormai – vado dove sono apprezzato.

È possibile trasmettere l’essenza del tuo karate a gruppi numerosi, o credi che i seminari servano a qualche altro scopo, o offrano qualche altro beneficio a quelli che ci vengono?

I grandi seminari sono essenziali perché danno la sensazione allo studente di appartenere a qualcosa di molto grande, e se è grande, deve essere buono! Ovviamente, è scontato che il migliore insegnamento è individuale o one-on-one, ma dal punto di vista dell’organizzazione un grande seminario dà la possibilità di incontrarsi ed esiste sempre l’opportunità di dividersi in gruppi più piccoli.

ubuntu gasshuku 2010

In questo momento (maggio 2010) stai lavorando su un evento IOGKF che radunerà molti praticanti, ci puoi anticipare qualcosa?

Ospiteremo in Sud Africa tre eventi in uno:

  1. il gasshuku IOGKF per i Capi Istruttori, aperto anche ai 5. dan in su;
  2. un gasshuku ‘Ubuntu’ aperto a tutti;
  3. una competizione IOGKF basata sul nostro particolare regolamento, dove i due partecipanti prima combattono per un minuto e poi eseguono un kata.

Il tema ‘Ubuntu’ deriva da un concetto africano sulle interazioni personali: una persona è una persona, per le sue relazioni/interazioni con le altre persone. Penso che vista l’epoca in cui viviamo, “schiavizzati” tecnologicamente dai nostri PC, Blackberry, iPod, TV, ecc, questa sia una opportunità per incontrarsi (di persona).

Se potessi in un solo attimo avere la tua vita e il tuo karate esattamente come li vuoi tu come sarebbero?

Non credo che cambierei niente – forse avrei voluto essere più aperto mentalmente da giovane. Sicuramente pochi sanno che la TV è arrivata in Sud Africa solo nel 1976, e io avevo già 26 anni, quindi fino allora l’enfasi era sempre stata più sulle attività fisiche, come lo sport. Non c’erano ovviamente tutte le informazioni che oggi si possono trovare facilmente e gratis su internet. Si possono letteralmente raggiungere centinaia di anni di esperienze di karate con un semplice click del mouse: il problema però rimane che il corpo non ha un pulsante sinistro e pulsante destro. Bisogna sempre fare l’intero ciclo di Gōjū Ryū.

Ho la netta impressione che la soddisfazione di aver finalmente capito qualcosa dopo 10 anni di duro allenamento sia molto più grande rispetto a quella che si riesce a ottenere cliccando su Youtube.